Mitologia classica - G

Gaia

Vedi Gea

Galantide

Galantide era figlia di Preto e ancella di Alcmena. Era la mutò in donnola per punizione: la dea aveva inviato Ilizia, dei dei parti, alla casa di Alcmena per ritardare la nascita di Eracle. Ilizia aveva preso le sembianze di una vecchia, e se ne stava seduta sulla porta, mantenendo le dita intrecciate. Finchè le avesse tenute così, il parto non si sarebbe completato.
Galantide capì che cosa stesse succedendo, e derise la dea, sostenendo che il bambino era già nato. Ilizia, allora sciolse le dita e Eracle nacque.
Galantide allora si vantò di avere ingannato la dea che, irata, la prese per i lunghi capelli biondi e la trasformò in animale.
Eracle, poi, riconoscente, le innalzò un tempio e decretò in suo onore magnifiche feste.

Ganimede

Figli di Troo, re di Troia, e di Calliroe (secondo altre versioni, figlio di Laomedonte, o di Ilo, o di Assaraco, o ancora di Erittonio), era detto "il più bello di tutti i mortali".
Un giorno stava custodendo le mandrie del padre sulle montagne attorno a Troia, quando Zeus lo vide e se ne invaghì, e si trasformò in un aquila per rapirlo e condurlo sull'Olimpo.
Qui Ganimede fu reso immortale ed eternamente giovane, e andò a sostituire Ebe nel ruolo di coppiere degli dei.
Troo venne ricompensato da Zeus con il dono di due cavalli immortali.
Altre versioni raccontano che fu Minosse ad essere incaricato da Zeus di rapire il giovane, o ancora Tantalo o Eos, l'Aurora. Il luogo del rapimento spazia dal monte Ida a Creta, all'Eubea alla Misia.
L'aquila che aveva rapito il ragazzo divenne una costellazione.

Gea

Gea era la Madre Terra, la prima divinità sorta dal Caos. Da se stessa generò prima Urano, il cielo, e poi le montagne e Ponto (il mare).
Dopo la nascita di Urano si unì a lui, generando non più semplici potenze elementari, ma divinità propriamente dette. I primi a nascere furono le sei Titanidi e i sei Titani: Teia, Rea, Temi, Mnemosine, Febe, Teti, Oceano, Ceo, Crio, Iperione, Giapeto e Crono.
Poi vennero i Ciclopi (vedi): Arge, Sterope e Bronte, divinità legate al fulmine, al lampo e al tuono.
Infine ebbe gli Ecatonchiri (vedi), esseri dalle cento braccia, giganteschi e violenti: Cotto, Briareo e Gige.
Tuttavia Urano aveva orrore di questi figli, e non aveva permesso che vedessero la luce, costringendoli a rimanere sepolti nelle profondità della loro madre.
Gea, allora, tentò di aizzarli contro il padre, e infine Crono accettò di aiutarla. Armato di un falcetto, aspettò che Urano avvolgesse Gea da tutte le parti, e poi con un colpo tagliò i testicoli del padre, lanciandoseli alle spalle.
Il sangue che fuoriuscì cadde sulla Terra e la fecondò di nuovo, dando origine alle Erinni (vedi), ai Giganti (vedi) e alle Ninfe dei Frassini.
Dopo la mutilazione di Urano, Gea si unì all'altro figlio che aveva avuto un tempo, Ponto: con lui generò cinque divinità marine, Nereo, Taumante, Forcide, Ceto e Euribia.
In seguito, diede il suo consiglio a Rea, quando quella venne a chiederle aiuto per salvare i suoi figli da Crono, che li divorava appena nascevano. Fu grazie al suo aiuto che Zeus si riuscì a salvare.
Gea aiutò Zeus anche quando, durante la lotta con Crono, gli rivelò che solo l'intervento dei Titani gli avrebbe dato la vittoria. Ma poi, scontenta per la disfatta degli Ecatonchiri, si unì a Tartaro e generò un mostro di forza prodigiosa, Tifone, che si scagliò contro gli dei e a lungo li tenne in scacco.
Da Tartaro Gea ebbe anche un altro figlio, Echidna, anche questo un mostro.
Più in generale, non c'è mostro che non sia stato attribuito come figlio della Terra da qualche mitografo: Cariddi, le Arpie, Pitone, il drago custode del Vello d'Oro, ecc.
Poi, però, man mano che il pensiero ellenico "personificava" i suoi dei, la Terra si incarnò in divinità come Demetra o Cibele, i cui miti - più umani - parlavano maggiormente all'immaginazione. Le speculazioni sulla Terra come elemento passavano dalla mitologia alla filosofia.
Si diceva inoltre che Gea ispirasse numerosi oracoli: possedeva i segreti dei Destini e i suoi oracoli erano considerati perfino più sicuri di quelli di Apollo.

Genius

Il nome deriva da gigno, "genero", ed era un essere che poteva essere considerato "il doppio di ogni uomo". Era un'entità che in origine rappresentava la forza procreativa di ognuno, e che in seguito fu identificata dai Romani con l'essenza della propria persona, che veniva invocata nelle situazioni più importanti.
I Geni erano spiriti, perlopiù benevoli, che accompagnavano l'uomo dalla nascita alla morte. Al proprio Genio si offriva vino, e fiori, e incenso.
Nel periodo della Roma imperiale il genio dell'Imperatore era particolarmente temuto e venerato.
Esistevano anche Geni dei luoghi (chiamati Geni Loci), che avevano forma di serpente, e Geni delle istituzioni (Geni Publici).
Il corrispondente femminile del Genius era Iuno.

Gerione

Mostro figlio di Crisaore ("dalla spada d'oro") e di Calliroe, dalla cintura in su aveva tre tronchi, tre teste e tre paia di braccia.
Si diceva che vivesse nell'isola di Eriteia, nell'Estremo Occidente, e che possedesse immensi armenti di buoi rossi, guardati da Orto, un cane a due teste, e dal gigante Eurizione, figlio di Ares.
La cattura dei suoi buoi e la sua uccisione (oltre che di Orto e Eurizione) fu la decima fatica di Eracle.
Erizia, sua figlia, concepì con Hermes Norace.

Giacinto

Figlio di Pierio e della musa Clio (per altri, di Amicle, re di Sparta, e di Diomeda), era un giovinetto spartano straordinariamente bello. Apollo se ne innamorò, e anche Zefiro.
Durante una gara di lancio del disco, allora, Zefiro - che era geloso del giovane - deviò il disco lanciato da Apollo, facendolo finire proprio sulla testa Giacinto.
Dal sangue del ragazzo, Apollo fece nascere il fiore che porta il suo nome. Si diceva che i petali portassero segni che ricordavano sia il grido lamentoso del dio (AI), sia l'iniziale del nome del giovane ucciso (Y, da Yàkinthos).

Giano

Il suo nome è collegato con ianua, "porta". Altri, invece, lo collegano con dia, "splendore".
Giano era un dio nato dl Caos primitivo, ed era una divinità romana che non aveva nessun riscontro in nessun altro popolo. Forse era un antichissimo dio solare, da cui dipendeva la nascita e la fine delle cose, dal momento che il Sole apre e chiude il giorno (da qui, forse, la sua identificazione successivo con il dio delle porte).
Era raffigurato con due volti opposti, che guardavano due direzioni diverse dello spazio (entrata e uscita) e del tempo (passato e futuro).
Fu considerato il primo re d'Italia nell'Età dell'Oro, con sede sul Gianicolo. In un tempio egli avrebbe chiuso il periodo della guerra, che poi gli uomini dell'Età del Ferro avrebbero sciaguratamente riaperto.
Giano insegnò ai suoi sudditi l'agricoltura, l'uso della moneta, le leggi e la religione, ed ebbe inoltre in dono la profezia da Saturno, come ricompensa per averlo ospitato.
Fu un dio molto venerato dai Romani, tanto che gli fu dedicato un mese, Ianuarius, che era il primo mese dopo il solstizio di inverno.
Si racconta che sposò Giuturna, e da lei ebbe Fontus, divinità dei corsi d'acqua di cui Giano era il creatore.
Il Tempio che gli fu consacrato nel Foro romano si chiudeva solo quando Roma non era in guerra con nessun nemico.
Le sue feste erano le Agonalia, e si tenevano - ovviamente - in gennaio.

Giasone

Figlio di Esone, re di Iolco, e di Alcimede. Fu sottratto dal padre al fratellastro Pelia, che gli aveva rubato il regno, e fu mandato dal centauro Chirone. L'eroe crebbe e beneficiò della protezione di Era. Divenuto adulto, si presentò davanti all'usurpatore indossando un solo sandalo, avendo perso l'altro per strada.
Pelia, a quel punto, si ricordò di un oracolo per cui avrebbe perso il regno per mano di un uomo con un solo sandalo; quindi propose a Giasone di resituirgli il regno in cambio della riuscita di un'impresa impossibile: il furto del Vello d'Oro, custodito nella lontana Colchide.
Giasone capeggiò quindi la famosa spedizione degli Argonauti, così chiamata per via della nave, Argo, su cui viaggiarono.
La prima tappa fu Lemno, dove gli eroi furono ospitati dalle donne del luogo, che avevano ucciso i loro mariti. La seconda fu Arctonneso, dove godettero dell'ospitalità di Cizico. Arrivati a Cio, Ila venne rapito dalle ninfe, e quindi Eracle abbandonò la spedizione per cercare il compagno. Infine, giunti in Tracia, ottennero da Fineo l'indicazione della giusta rotta da seguire, in cambio della sua liberazione dalle Arpie.
Giunti nella Colchide, Giasone chiese al re Eeta di restituirgli il Vello d'Oro, presentandosi imparentato con Frisso, colui che secondo il mito l'avrebbe portato in Colchide.
Eeta però sapeva che avrebbe regnato solo fino a che il Vello fosse rimasto al suo posto, quindi cercò di eliminare il problema di Giasone assegnandogli delle imprese difficilissime: aggiogare due tori con zoccoli di bronzo e narici sbuffanti fuoco, arare con loro quattro iugeri di terra, uccidere un drago e seminarne i denti, e uccidere poi i guerrieri che da quei denti sarebbero nati.
Ma Giasone, grazie all'aiuto di Medea (vedi), figlia del re e grande maga, riuscì a compiere queste imprese in un solo giorno. Eeta si rifiutò di mantenere la promessa fatta, e quindi Giasone e Medea rubarono il Vello e fuggirono, non fermandosi nemmeno davanti al sacrificio del fratellino di Medea, Absirto, che fu fatto a pezzi e gettato in mare per fermare l'inseguimento del padre).
Parimenti a quello di Ulisse, anche il viaggio di ritorno di Giasone fu una specie di incubo, per via dell'orribile delitto di Medea: gli eroi dovettero portare in spalla la nave attraverso un deserto, e affrontare mostri come Tolo, forgiato nel metallo da Efesto. Medea riuscì però ad aiutare ugualmente gli eroi con la sua magia, e - giunti a Iolco - fece impazzire Pelia, convincendolo che, se si fosse tagliato a pezzi dalle sue figlie, sarebbe ringiovanito.
Pelia ovviamente morì, e invece Esone ringiovanì. Ma il popolo di Iolco, affezzionatosi a Pelia, li costrinse a fuggire, mettendo sul trono Acasto, il figlio di Pelia.
Giasone e Medea trovarono rifugio a Corinto, presso Creonte.
Nella versione di Euripide, Giasone avrebbe poi ripudiato Medea preferendole Glauce (o Creusa), figlia di Creonte, e - per vendetta - la maga uccise la rivale, bruciandola con un mantello magico, e gli stessi figli avuti da Giasone (Mermero e Fere), fuggendo poi ad Atene.
Giasone sarebbe poi morto più tardi, a Corinto, colpito da una plancia della sua nave Argo.
Vennero eretti vari santuari a Giasone nei vari luoghi ritenuti tappe del suo viaggio verso la Colchide.

Giganti

Erano esseri nati da Gea e dal sangue di Urano. Non erano immortali, e venivano rappresentati come uomini enormi armati con corazze di bronzo e piedi formati da serpenti.
Erano in totale ventiquattro, e si sollevarono contro Zeus e gli Olimpici nella battaglia che va denominata come Gigantomachia. Molti giganti vennero uccisi, e altri furono schiacciati da isole e montagne (spiegando così l'origine di terremoti e vulcani).
Tifone fu gettato sotto l'isola di Ischia, Encelado sotto la Sicilia, formando l'Etna. Alcione fu ucciso da Eracle dopo che Atena l'ebbe sollevato da Terra, Efialte fu colpito a un occhio da Apollo, Dioniso uccise con il tirso Eurito, mentre Ecate ed Efesto uccisero Clitio colpendolo con le loro fiaccole e ricoprendolo di metallo incandescente. Polibite fu colpito da una parte dell'isola di Nisiro, spezzata con il tridente da Poseidone, mentre Hermes, con l'elmo di Ade che rendeva invisibili, uccise Ippolito, e Artemide Grazione. Alle Moire, armate di mazze di bronzo, va il merito per la morte di Agrio e Tonante, mentre gli altri furono fulminati da Zeus o caddero sotto le frecce di Eracle.

Giocasta

Figlia di Meneceo e sorella di Creonte, fu prima moglie di Laio e poi, per uno scherzo del destino, del suo stesso figlio Edipo (vedi).
Generò con quest'ultimo vari figli: Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene (vedi).
Secondo la versione sofoclea, si sarebbe suicidata dopo essersi resa conto del suo incesto. Secondo altre versioni, si uccise in seguito al combattimento dei due figli Eteocle e Polinice .

Giove

Vedi Zeus.

Giunone

Vedi Era.

Giuturna

Giuturna (forse anticamente Diuturna) era una ninfa delle sorgenti la quale, in origine, era onorata sulle rive del Numicio, non lontano da Lavinio. Il suo culto si trasferì poi a Roma.
Fu chiamata "vasca di Giuturna" una fonte che si trovava nel Foro Romano, non lontano dal tempio di Vesta e vicinissima a quello di Castore e Polluce, dei quali sarebbe stata la sorella.
Si credeva che Giuturna (come la maggior parte delle ninfe delle sorgenti) fosse una guaritrice. Per questo le era stato eretto un tempio nel Campo di Marte, zona paludosa e impregnata d'acqua, almeno fino ai lavori di Agrippa e Augusto, che la prosciugarono.
I poeti imperiali raccontano di lei che fosse la figlia di un re mitico, Dauno, e che fosse la sorella di Turno, il nemico di Enea. Virgilio la dipinge mentre combatte a fianco del fratello.
Pare che sia stata amata, un tempo, da Giove, e che abbia avuto come ricompensa l'immortalità e il controllo sulle fonti e sui corsi d'acqua del Lazio.
Per una leggenda di origine oscura, Giuturna passa anche per essere stata la moglie di Giano (vedi) e la madre di Fons, il dio delle fonti.

Glauco

Il suo nome significa "verde marino", il colore del mare in bonaccia. Ci sono più personaggi del mito con questo nome.
Un Glauco era un giovane pescatore della città di Antedone, in Beozia. Un giorno vide che i pesci che gettava sul prato acquistavano vitalità e si gettavano di nuovo in mare. Assaggiò allora l'erba di quel prato e sentì il bisogno di gettarsi in acqua.
Oceano e Teti lo accolsero e lo resero immortale, facendone una divinità marina venerata in varie località della Grecia come protettore delle attività marine.
Lo si riteneva anche indovino e padre della sibilla Deifobe. Pare che sia stato poco fortunato con le sue amanti: Arianna gli venne contesa da Dioniso, mentre Scilla fu trasformata in mostro da Circe, gelosa.
Un altro Glauco era il figlio di Sisifo e Merope, e padre di Bellerofonte. Partecipò alla spedizione degli Argonauti. Per alcuni aveva allevato dei cavalli antropofagi, da cui poi venne ucciso durante i giochi funebri in onore di Pelia. Per altri, visto che disprezzava il culto di Afrodite, fu calpestato dalle sue cavalle per volere della dea.
Glauco era anche il nome del figlio di Ippolico, nipote di Bellerofonte. Era un eroe della Licia, dove aveva un culto, e combattè con i Troiani, finendo ucciso da Aiace Telamonio.
Anche il figlio di Minosse e Pasifae si chiamava Glauco, ma morì ancora bambino, affogando in una botte di miele. Fu riportato in vita da Asclepio (per altri, da Dioniso).

Gorgoni

Erano le figlie di Forco, dio marino, e di Ceto, e vivevano nell'Estremo Occidente, vicino al Giardino delle Esperidi.
Si diceva avessero ali d'oro, mani di bronzo, serpenti al posto dei capelli e denti come zanne di cinghiali, e che fossero in grado di pietrificare chiunque le guardasse. Ma per altre versioni, invece, erano donne bellissime.
I loro nomi erano Steno, Euriale e Medusa, l'unica delle tre ad essere mortale e a dover invecchiare. Con l'aiuto di Atena e di Hermes, Perseo (vedi)riuscì ad ucciderla tagliandole la testa, che poi pose sul suo scudo (o egida). Dal sangue di Medusa nacquero Pegaso (vedi) e Crisaore, padre di Gerione (vedi).

Graie

Sono le "Vecchie Donne", che mai sono state giovani, e che sono nate già vecchie. I loro genitori erano Forcide e Ceto (per cui sono anche chiamate Forcidi), e appartengono alla generazione delle divinità pre-olimpiche, come le loro sorelle Gorgoni.
Anche loro erano tre sorelle (per altre tradizioni, due), e i loro nomi erano Enio, Pefredo e Dino, e tutte e tre avevano un solo occhio e un solo dente, che si prestavano a turno. Vivevano nell'Estremo Occidente, nel paese della notte, dove il Sole non arriva mai con la sua luce.
C'è solo un mito in cui le Graie hanno una qualche azione, ed è quello di Perseo. Partito per trovare Medusa, l'eroe incontrò prima le Graie in qualità di guardiane della strada che portava alle Gorgoni. Perseo riuscì a rubare loro l'unico occhio, riuscendo così a passare senza problemi. Pare che abbia poi gettato l'occhio nel lago Tritonio.
Secondo un'altra versione, le Graie sarebbero state depositarie di un oracolo riguardante le condizioni per uccidere la Gorgone. Perseo, dopo aver rubato loro l'occhio e il dente, le costrinse a rivelargli il segreto.

Grazie

Vedi Cariti.

Grifoni

Uccelli favolosi, con la testa dotata di becco d'aquila, con ali potenti e corpo leonino. Erano consacrati ad Apollo, ed erano custodi dei tesori del dio, minacciati dagli attacchi degli Arimaspi, nel deserto della Scizia, nel paese degli Iperborei.
Per altri, si sarebbero trovati presso gli Etiopi o in India.
I grifoni sono legati anche ad un'altra divinità, Dioniso, di cui custodivano un cratere colmo di vino.
Per favole più recenti, i grifoni si opponevano ai cercatori d'oro nei deserti del nord dell'India, anche perchè costruivano i loro nidi sulle montagne da cui si estraeva il minerale, e quindi volevano difendere i loro piccoli contro l'eventuale pericolo.




Sezioni

Fate e Folletti
Fiabe e Favole
Il Filo Rosso
Mitologia Celtica (in costruzione)
Mitologia Orientale (attiva la sezione di Mitologia Giapponese)
Vampiri

Riferimenti

Forum
Per contattarci
La Torre di Vetro - il blog


Link

Encyclopedia Mythica: mithology, folklore and religion
Foundation for Mythological Studies
Greek Mithology Link
Living Myths
Mythimedia - Greek Myth in Today's Culture
Mith Index
Perseus Digital Library
The Endicott Studio - dedicated to myth and its expression through literary, visual & performance arts
Theoi Greek Mithology - Exploring Mythology & the Greek Gods in Classical Literature & Art
Timeless Myths
Women in Greek Mythology


Bibliografia

L. BRUIT-ZAIDMAN, P. SCHMITT PANTEL, La religione greca, Roma-Bari 1992.
W. BURKERT, La religione greca di epoca arcaica e classica, Milano 2002.
A.M. CARASSITI, Dizionario di Mitologia Classica, Roma 1996.
P. GRIMAL, Enciclopedia della Mitologia, Milano 2004.
K. KERÉNYI, Religione Antica, Milano 2001.
J. SCHEID, La religione a Roma, Roma-Bari 1983.
M. VEGETTI (a cura di), L'esperienza religiosa antica, in Introduzione alle culture antiche, III, Torino 1992.



Opere consigliate

Le edizioni di riferimento sono, ovviamente, puramente indicative.
(PS.) APOLLODORO, La biblioteca, Milano 1995.
APOLLONIO RODIO, Argonautiche, Milano 2007.
ARISTOFANE, Le Rane, Milano 1998.
ESCHILO, Tutte le tragedie, Roma 1991.
ESIODO, Le opere e i giorni, Milano 2006.
ESIODO, Teogonia, Milano 1984.
EURIPIDE, Tutte le tragedie, vol. I e II, Roma 1997, 1991.
NONNO DI PANOPOLI, Le Dionisiache, vol. 1-3, Milano 2003.
OMERO, Iliade, Torino 1950 e 1990.
(PS.) OMERO, Inni omerici, Milano 1996.
OMERO, Odissea, Milano 1991.
OVIDIO, Le Eroidi, Milano 2006.
OVIDIO, Le metamorfosi, Milano 2007.
SOFOCLE, Tutte le tragedie, Roma 1971, 1991.
VIRGILIO, Eneide, Milano 2007.




© La Torre di Vetro, 2005-2007.
I contenuti del sito, salvo dove diversamente specificato, appartengono a Cielo Amaranto e Lan Awn Shee.
I pennelli usati per i layout del sito sono stati presi da 77 Words.
L'immagine di questa pagina è © Emerald de Leeuw.