Mitologia classica - C

Cabiri

Principalmente adorati in Samotracia (ma anche in Egitto, a quanto dice Erodoto), i Cabiri erano divinità misteriose, la cui origine e natura era soggetta a diverse interpretazioni.
In genere si ritiene che loro parente stretto fosse Efesto che, unitosi a Cabiro, avrebbe avuto un figlio, Cadmilo. Cadmilo avrebbe a sua volta avuto tre figli, i Cabiri appunto.
Per altri (Ferecide), i Cabiri sarebbero figli di Efesto e Cabiro. Le ninfe Cabiridi erano tre, ed erano figlie (o sorelle) dei Cabiri.
Altre versioni sostengono che i Cabiri fossero piuttosto sette o quattro, e spesso venivano in seguito identificati con divinità maggiori del pantheon. Ad ogni modo, queste divinità erano titolari di un culto misterico, tanto che non potevano essere nemmeno nominati impunemente. Per riferirsi a loro, si usava l'epiteto sostitutivo "Grandi Dei".
In epoca romana, i Cabiri tornano ad essere considerati più frequentemente tre, e questa triade comprendeva tre divinità romane molto importanti, Giove, Minerva e Mercurio.
Non ci sono quasi miti sui Cabiri. Di loro si sa che sembra abbiano assistito alla nascita di Zeus sull'acropoli di Pergamo. Pare che fossero inoltre servitori di Rea, ma in epoca classica la loro funzione principale divenne quella di proteggere la navigazione.

Caco

Forse era un dio del fuoco, forse un semplice numen locale di Roma, il mito di Caco è legato a quello di Ercole. Si raccontava di lui che fosse figlio di Vulcano, e che vivesse in una grotta sull'Aventino.
Ercole, di ritorno dalla sua fatica contro Gerione, aveva lasciato pascolare i buoi che aveva rubato al mostro nel futuro Foro Boario, sulla riva del Tevere. Caco, viste le bestie, decise di portargliene via alcune (pare quattro mucche e quattro buoi) e le nascose nella sua caverna. Tuttavia, per non lasciare tracce del loro passaggio, trascinò gli animali per la coda, facendo sì che camminassero all'indietro.
In questo modo, Ercole - accortosi del furto - li andò a cercare inizialmente nella direzione sbagliata, cadendo nell'inganno di Caco. Ma sentendo i loro simili, gli animali rubati muggirono, rivelando la loro posizione all'eroe (per altri, Caca, sorella di Caco, glielo avrebbe rivelato). Ad ogni modo, si giunge allo scontro tra i due. Caco aveva tre teste e tre bocche, da cui soffiava fuoco. Tuttavia Ercole ci mise poco ad avere ragione su di lui.
Evandro, re della vicina Pallanteo (e futura Roma), ringraziò l'eroe per averli liberati dal pericolo di Caco, e gli promise che il Cielo l'avrebbe ricompensato con onori divini.
Pare che ci siano versioni parallele a questo mito, che però sostituiscono il nome di Caco con quello di Garano o Recarano.
Per uno storico romano, invece, Caco era un compagno di Marsia, re frigio che era giunto a invadere l'Italia. Marsia aveva mandato Caco in ambasceria dal re etrusco Tarconte, ma costui l'aveva imprigionato. Caco era riuscito a fuggire, ed era tornato da Marsia. Insieme avevano occupato la Campania e attaccato la regione di Roma, dove però stava la colonia di arcadi governati da Evandro. A quel punto, Ercole si alleò con Tarconte e sbaragliò gli invasori.
Diodoro, infine, parla di un Cacius, un uomo forte che viveva sul Palatino e che aveva accolto Ercole con generosità. Proprio da lui avevano preso il nome le Scalae Caci, cioè la salita che porta sul colle.

Cadmo

Era figlio di Agenore e Telefassa (o Argiope, per altre versioni). Assieme ai suoi fratelli fu inviato dal padre alla ricerca della sorella Europa. Cadmo allora consultò l'oracolo di Delfi, ottenendo un responso per cui avrebbe dovuto rinunciare a trovare la sorella e piuttosto seguire una vacca e fondare una città dove essa si fosse fermata. In questo modo fondò la città di Tebe.
In onore agli dei, Cadmo pensò di sacrificare la vacca, e per questo mandò alcuni dei suoi compagni a cercare acqua. Lì vicino c'era una fonte, chiamata "la sorgente di Ares", ma la fonte era custodita da un drago, che uccise molti dei compagni di Cadmo.L'eroe riuscì ad eliminarlo, e Atena gli si presentò, consigliandogli di seminare i denti del mostro. Cadmo eseguì, e ne nacquero uomini armati chiamati Sparti (cioè "uomini seminati").
Cadmo dovette espiare la colpa di aver ucciso il drago di Ares, servendolo per otto anni, ma poi fu di nuovo libero, sposò la dea Armonia (figlia di Ares e Afrodite) e regnò su Tebe.
Dalla moglie Cadmo ebbe molti figli: Ino (Leucotea dopo la sua deificazione), Autonoe, Agave, Semele e un maschio, Polidoro. Si racconta che, verso la fine della loro vita, Cadmo e Armonia lasciarono Tebe in condizioni misteriose, lasciando il trono al nipote Penteo, e se ne andarono in Illiria, presso gli Encelei. Sembra che, in seguito, lui e sua moglie siano stati trasformati in serpenti, e che raggiunsero i Campi Elisi.

Caduceo

Si trattava di una bacchetta composta da un ramo d'ulivo sormontato da due piccole ali, attorno alle quali si intrecciavano due serpenti. Si raccontava che avesse virtù magiche, tra cui quella di addormentare o svegliare gli uomini.
Apollo lo donò ad Hermes in cambio della lira. Inizialmente non aveva ornamenti, ma un giorno Hermes lo lanciò contro due serpenti che stavano lottando tra loro, separandoli. Le serpi si avvinghiarono al bastone e non si staccarono più.
Hermes allora ci aggiunse le ali, simbolo dell'eloquenza e della velocità, qualità che erano proprie del dio.

Calcante

Era un indovino di Micene (o di Megara), abilissimo nell'indagare il futuro dal volo degli uccelli. Apollo gli aveva donato il dono della profezia, visto che discendeva da lui. Fu Calcante l'indovino "ufficiale" della spedizione verso Troia: ad ogni momento focale troviamo, infatti, una predizione di Calcante. Lui profetizzò, quando Achille aveva nove anni, che Troia non sarebbe caduta senza che lui partecipasse alla spedizione. Lui annunciò ad Aulide che Ilio sarebbe caduto non prima del decimo anno. Lui rivelò che la bonaccia che aveva colpito le navi greche alla partenza era dovuta alla collera di Artemide, e che poteva essere placata solo col sacrificio di Ifigenia. E sempre lui indicò ai Greci (dopo la morte di Achille e di Aiace) che l'unico modo per prendere Troia era quello di rintracciare l'arco di Eracle, e quindi Filottete. Insomma, le predizioni di Calcante sono davvero tantissime e risolvono sempre la situazione problematica che i Greci dovevano affrontare.
Al ritorno da Troia, però, non volle partire con i Greci, sapendo che Atena avrebbe reso tristi i loro ritorni, offesa dalla morte di Aiace Telamonio. Per cui si imbarcò con Anfiloco, un altro indovino, e raggiunse Colofone. Qui incontrò l'indovino Mopso. Vicino alla sua casa c'era un albero di fichi. Calcante gli chiese quanti fichi ci fossero, e Mopso rispose: "Diecimila e un moggio, e un fico in più". Verificata la cosa, risultò che Mopso aveva ragione. Ma lì vicino c'era anche una scrofa incinta. Mopso allora chiese a Calcante di quanti piccoli fosse incinta, e lui rispose otto. Mopso lo corresse: non si trattava di otto piccoli, ma di nove, come effettivamente si rivelò esatto. Calcante, allora, morì per il dolore (o si suicidò), avverando un oracolo per cui sarebbe morto dopo aver incontrato un indovino più bravo di lui.
Della sua morte si racconta un'altra versione: pare che avesse piantato una vite in un bosco sacro ad Apollo. Un altro profeta gli predisse che non avrebbe bevuto una goccia di quel vino che coltivava. Calcante rise di lui, e continuò a lavorare. Passò il tempo, l'uva maturò e Calcante fece la sua vendemmia. Quando fu con il bicchiere colmo del suo vino in mano, richiamo il profeta, per farsi beffe di lui, ma quello ripetè la stessa cosa che gli aveva detto in precedenza. E Calcante scoppiò a ridere di nuovo, ma così tanto che soffocò, e morì - effettivamente - senza aver bevuto un goccio di vino.

Calipso

Calipso era una ninfa, figlia di Atlante e di Pleione (secondo altre versioni, i suoi genitori sarebbero Helios e Perseide o Oceano e Teti). Omero ne parla come della regina dell'isola di Ogigia (probabilmente immaginata nell'Occidente mediterraneo e identificata con la penisola di Ceuta, di fronte a Gibilterra), dove finì Ulisse dopo l'ennesimo naufragio. Per sette anni, Calipso tenne l'eroe presso di sè, cercando di convincerlo ad essere suo sposo e allettandolo con la promessa di una vita immortale. Non per niente, il suo nome significa Colei che nasconde. Solo in seguito all'intervento di Zeus (tramite Hermes), la ninfa fu costretta a permettere Ulisse di riprendere il suo viaggio.
Si racconta che la sua residenza fosse una grotta profonda, con molte sale, e giardini naturali, e boschi sacri attraversati da sorgenti.
La tradizione attribuisce a Ulisse e Calipso dei figli, anche se i nomi variano: Latino, ad esempio, anche se più spesso è considerato figlio di Circe; Nausitoo e Nausinoo, i cui nomi derivano da naus, nave; e ancora Ausone, l'eroe eponimo dell'Ausonia.

Calliope

Calliope, "Bella Voce", era una delle Muse, figlia quindi di Zeus e Mnemosine. Tra le nove sorelle era la più sapiente e la più anziana, ed era protettrice della poesia epica e dell'eloquenza (anche se questa specificazione avviene solo in età alessandrina; in precedenza, sia lei che le altre Muse avevano una funzione molto più generica). Si unì ad Apollo e generò Orfeo e Imeneo, mentre con Acheloo generò le Sirene. Alcune leggende la vogliono arbitro della contesa tra Persefone e Afrodite a proposito di Adone.

Calliroe

Il nome significa "bel ruscello", ed è appartenuto a diverse eroine.
Una Calliroe era la figlia di Oceano e Teti. Unitasi a Crisaore, generò alcuni mostri come Gerione ed Echidna, mentre ebbe da Poseidone Minia, da Nilo ebbe Chione e da Mane, primo re di Lidia, ebbe Coti.
Un'altra Calliroe era la figlia di un dio-fiume, Acheloo. Si sposò con Alcmeone ed ebbe da lui due figli, Anfotero e Acarnano. Ma Calliroe, smaniosa dal desiderio di possedere la collana e la veste di Armonia, che erano doni divini legati ad una maledizione, attirò su di sè la malasorte, tanto che Alcmeone morì, ucciso dai figli di Fegeo.L'occasione del riscatto le venne quando Zeus la sedusse. All'amante divino,infatti, chiese il prodigio di far crescere subito i suoi figli, in modo che potessero vendicare il loro padre. Zeus acconsentì, e Calliroe fu vendicata.
C'era un altro dio fiume che aveva una figlia di nome Calliroe, lo Scamandro. Ma alla Troade si ricollega un'altra Calliroe ancora, una ninfa che Paride avrebbe amato prima di conoscere Elena. Quando quest'ultimo la abbandonò per la moglie di Menelao, Calliroe pianse tanto da diventare una fonte.
Calliroe era ancora il nome della figlia di Lico, re di Libia. Diomede, di ritorno dalla guerra di Troia, era stato sbattuto da una tempesta sulle coste del regno di Lico, che lo fece prigioniero con l'intenzione di sacrificarlo ad Ares. Calliroe, però, se ne innamorò e lo liberò. Ma Diomede abbandonò la giovane che, disperata, si impiccò.
Un'ultima Calliroe è legata ad un mito molto bello, per quanto tragico: Calliroe è una fonte che si trova presso Calidone. Si racconta che l'origine di questa fonte risalga a quando un giovane sacerdote di Dioniso, Coreso, fosse stato respinto dalla giovane e bella Calliroe, e avesse per questo pregato il dio. Dioniso diffuse follia nel paese di Calidone, tanto che gli abitanti furono costretti a consultare l'oracolo di Zeus a Dodona. Il responso disse che, per placare il dio, sarebbe stato necessario offrire la giovane in sacrificio presso l'altare di Coreso o, se non lei, qualcun altro al suo posto.
Così Calliroe fu presa e portata all'altare, per essere sacrificata. Ma Coreso, all'ultimo momento, ripreso dall'amore che provava per la ragazza, non ebbe la forza di vibrare il colpo mortale su di lei, e preferì sacrificare se stesso. Calliroe, per la vergogna, si suicidò a sua volta presso la fonte che porta, per questo, il suo nome.

Callisto

Si dice che Callisto fosse il nome di una sorella di Ulisse, ma senz'altro il mito più famoso riguardante una Callisto è quello arcade che racconta di una ninfa dei boschi. Per altri sarebbe stata figlia di Licaone, re di Arcadia, o ancora di Nitteo. Ad ogni modo, Callisto aveva datto voto di verginità, dedicandosi alla caccia assieme ad altre ninfe compagne di Artemide. Ma Zeus, vedendola, volle amarla; e visto che Calliope non accettava di essere nemmeno avvicinata da un uomo, si presentò a lei con le sembianze della stessa Artemide (per altre versioni, assunse l'aspetto di Apollo, gemello di Artemide). Da quell'unione nacque Arcade.
Ma prima del parto, Artemide si accorse della sua gravidanza e la cacciò, trasformandola in un'orsa. Si racconta anche che questa trasformazione fu dovuto alla gelosia di Era, o ancora ad una precauzione di Zeus, per proteggerla dall'ira della dea consorte. Pare che, comunque, Era sia riuscita a scoprirla, e a convincere Artemide a ucciderla con una freccia, o che la stessa Artemida, incollerita con lei per aver rotto il voto di castità, la uccise per punizione.
Zeus, allora, la trasformò in una costellazione, quella dell'Orsa Maggiore. Alcune versioni le attribuiscono un secondo figlio, gemello di Arcade, Pan.

Camene

Erano, a Roma, le ninfe delle fontane, e protettrici del canto e della divinazione. Avevano il loro santuario in un bosco sacro non lontano da Porta Capena, a sud del Celio, dalla cui fonte sacra attingevano le Vestali. Ben presto, comunque, vennero identificate con le Muse.

Camilla

Questa eroina era figlia di Metabo, re dei Volsci, e della moglie Casmilla. La sua leggenda, cantata da Virgilio nell'Eneide, dev'essere stata formulata partendo da racconti popolari italici.
Il padre di Camilla venne cacciato dalla sua città da alcuni nemici. Quindi, dopo la morte della moglie, fuggì con la figlioletta ancora piccolissima, per salvare la vita. Nella sua fuga, arrivò al fiume Amaseno, che scorre nel Lazio. Attraversarlo da solo non sarebbe stato difficile, ma non poteva farlo con la figlia in braccio. Per salvarla, la legò a una forte picca che aveva con sè, e la lanciò sull'altra riva, facendo voto a Diana di consacrarle la vita della figlia se l'avesse protetta. Diana lo esaudì, e la bambina raggiunse la riva opposta. Metabo la raggiunse a sua volta a nuoto, ed entrambi vissero a lungo nei boschi, in solitudine. La ragazza, crescendo, si abituò a quella vita, tanto che, quando alla morte del padre venne riconosciuta regina dei Volsci, non riusciva a sopportare i soggiorni nelle città. Faceva una vita da amazzone, cacciando e esercitandosi alla guerra.
Per le sue doti, venne arruolata tra le file delle popolazioni italiche nemiche di Enea, ed ebbe numerose vittorie, fino a che non venne uccisa a tradimento dall'eroe troiano Arrunte, che a sua volta fu colpito a morte da una freccia di Opi, ninfa al seguito di Diana.

Capaneo

Figlio di Ipponoo e Astinome, fu uno dei principi argivi che partecipò alla missione dei Sette contro Tebe. Era gigantesco di statura, e superbo, arrogante verso gli dei e violento di carattere. Proprio per sfida alle divinità osò scalare le mura della città. Zeus rispose incenerendolo con un fulmine. La sua vedova, Evadne, gli era così fedele che volle morire con lui, gettandosi nel rogo dove bruciava il suo corpo.
Suo figlio Stenelo partecipò alla guerra contro Troia.

Carcino

Carcino (in greco significa "gambero") era, appunto, un gambero che viveva nella palude di Lerna. Mente l'eroe Eracle stava combattendo contro il mostro, Carcino lo morse al tallone. Irritato, Eracle lo uccise, ma Era - che tendeva ad essere favorevole a chiunque contribuisse a perseguitare l'odiato figlio di Alcmena - lo trasferì in cielo, trasformandolo nella costellazione del Cancro.

Cariclo

Ci sono più personaggi mitici dal nome Cariclo, ma la più rilevante è senz'altro la ninfa che fu madre dell'indovino Tiresia. Cariclo era una delle compagne favorite da Atena, che spesso le permetteva di salire sul suo carro. Un giorno, le due divinità si stavano facendo il bagno nella fontana Ippocrene, sull'Elicona. Tiresia, dal canto suo, stava cacciando nelle vicinanze, e finì così per capitare alla stessa sorgente. Il ragazzo vide, quindi, la dea Atena nuda, e lei immediatamente lo accecò. Cariclo protestò per la crudeltà di una simile punizione, ma Atena le spiegò che quella era la sorte destinata a qualunque mortale avesse visto un immortale contro la sua volontà. Ma, per consolarla, accordò a Tiresia doni meravigliosi: un bastone di corniolo, con cui poteva prendere le direzioni come se vedesse, la capacità di comprendere ciò che dicevano gli uccelli (permettendogli così la profezia), e la possibilità di mantenere tutte le sue capacità intellettuali (compresa la profezia) anche nell'Ade, una volta morto.

Cariddi

Vicino a Messina, presso lo stretto che separa la penisola italiana dalla Sicilia, si raccontava vivesse un mostro di nome Cariddi. Sull'origine di questo vortice, capace di ingoiare con violenza tutto ciò che galleggiava, si raccontava questa storia.
Cariddi sarebbe stata la figlia della Terra e di Poseidone. In vita si era mostrata voracissima, tanto che arrivò a rubare gli animali che Eracle aveva rubato a Gerione, mangiandoseli. Zeus, allora, la punì facendola precipitare in mare, in cui divenne un mostro che, tre volte al giorno, assorbiva enormi quantità d'acqua di mare, ingoiando le navi che si trovavano nei paraggi. Poi rivomitava tutto quello che aveva ingurgitato.
Ulisse, nel suo viaggio, riuscì a evitare il mostro una prima volta, ma - in seguito al naufragio seguito dal sacrilegio dei buoi del Sole - fu trascinato proprio verso Cariddi. Riuscì a salvarsi aggrappandosi ad un fico che cresceva all'entrata della grotta dove viveva il mostro. Quando l'albero della sua nave, ingoiato da Cariddi, venne rivomitato fuori, Ulisse lo riafferrò e si lasciò trascinare via con lui.

Cariti

Corrispondenti greche delle Grazie romane, erano divinità della Bellezza e, in origine, della Vegetazione. Erano loro a diffondere la gioia nella Natura e nel cuore degli uomini e degli dei.
Il loro padre era Zeus e la loro madre Eurinome, figlia dell'Oceano. Per altre versioni, invece, la madre è proprio Era. Abitavano sull'Olimpo assieme alle Muse, e - come le Muse - facevano parte del seguito di Apollo, ma accompagnavano spesso anche Atena, dea delle attività femminili e dell'attività intellettuale. Altre divinità accompagnate da loro erano Afrodite e Eros, oltre che Dioniso. I loro nomi erano Eufrosine, Talia e Aglae, rappresentate come tre giovani nude che si tengono per le spalle.

Carmenta

Nella leggenda romana era la madre di Evandro. Quando questo fu esiliato dall'Arcadia, e cercò quindi rifugio in Occidente, lo seguì.
Carmenta non era il suo nome originale: quest'ultimo si diceva fosse Nicostrata, Temi o Timandra o Telpusa. Il nome Carmenta (da carmen, "canto magico") le fu dato a Roma perchè possedeva il dono della profezia. Fu proprio grazie ai suoi doni profetici che riuscì ad individuare il luogo più "felice", Roma, dove far risiedere il figlio.
Carmenta visse molto a lungo, morendo alla veneranda età di 110 anni. Suo figlio la seppellì ai piedi del Campidoglio, vicino alla porta chiamata appunto Carmentale.
Per altre versioni, Carmenta sarebbe stata la moglie, non la madre, di Evandro. Si diceva che Ercole, giunto nel territorio controllato da Evandro di ritorno dall'impresa di Gerione, l'aveva invitata a prendere parte al sacrificio che stava offrendo per la fondazione dell'altare dell'Ara Maxima. Ma Carmenta avrebbe rifiutato. Ercole, allora, irritato, proibì a qualunque altra donna di assistere alla celebrazione di quel culto. Così i Romani spiegavano come mai le donne fossero escluse dal culto di Ercole all'Ara Maxima.
Per alcuni archeologi, Carmenta sarebbe stata una divinità legata alla generazione. Infatti pare che la si invocasse col doppio nome di Prorsa e Postverta, che si riferivano a due delle posizioni possibile che il bambino poteva assumere per nascere.

Carno

La tradizione conosce due personaggi chiamati Carno. Il primo era un indovino arcade, che arrivò presso l'esercito degli Eraclidi quando stavano preparandosi ad invadere il Peloponneso. Uno degli Eraclidi, Ippote, lo prese per una spia e lo uccise. A causa di quel gesto, fra l'esercito scoppiò una pestilenza, che un'oracolo riconobbe come conseguenza della collera di Apollo, che stava vendicando il suo sacerdote. Per espiare la colpa, Ippote fu cacciato e gli Eraclidi fondarono un culto dedicato ad Apollo "Carneio".
Un secondo Carno sarebbe stato un musico e poeta figlio di Zeus e Europa, molto amato da Apollo che ne fu anche maestro.

Caronte

Figlio di Erebo e Notte, Caronte era un genio che apparteneva al mondo infernale. Il suo compito era quello di traghettare le anime attraverso le paludi del fiume Acheronte, ma in cambio i morti dovevano ricompensarlo con un obolo. Questo spiega l'usanza per cui si metteva una moneta nella bocca dei cadaveri quando venivano sepolti.
Caronte aveva una iconografia tipica: era dipinto come un vecchio terribile, con una lunga barba bianca (o grigia) e irsuta, un mantello a brandelli e un cappello rotondo. Non porta remi, perchè non è lui a remare sulla barca funebri, limitandosi a dirigerla: sono gli stessi morti che devono spingerla attraverso le acque dell'Acheronte. Con loro, infatti, Caronte si comporta in modo molto tirannico, anche se a volte subì lo stesso trattamento che riservava di solito ai defunti: si racconta che Eracle lo prese a bastonate quando si rifiutò di traghettarlo sulla sua barca, fino a che non lo convinse ad obbedirgli.
Del resto, il suo ruolo non lo metteva al riparo da punizioni divine: per aver lasciato passare un vivente fu costretto a passare un anno intero incatenato.
Caronte è presente anche nella mitologia etrusca: in alcune tombe è rappresentato come un demone alato, dotato di serpenti tra i capelli e di una grossa mazza in mano. E' possibile, quindi, che il Caronte greco sia una trasformazione del Caronte etrusco, originariamente un "demone della morte", colui - cioè - che uccideva il morente e lo trasportava nel mondo sotterraneo.

Cassandra

Cassandra era una principessa troiana, figlia di Priamo ed Ecuba. Sulle sua vita ci sono versioni appartenenti a tradizioni diverse. Secondo una di queste, avrebbe ricevuto da Apollo il dono della profezia ingannandolo. Per punizione, allora, io dio la condannò a non essere mai creduta dagli altri, rimanendo inascoltata.
Un'altra versione racconta che fu portata, appena nata, con il fratello gemello Eleno nel tempio di Apollo. I due bambini passarono lì la notte, e al mattino vennero ritrovati coperti da un serpente, che li aveva resi due profeti. Cassandra era una profetessa "ispirata", che dava le sue predizioni in uno stato di possessione divina, di delirio. Eleno, invece, interpretava il volo degli uccelli e i segni esterni.
Ciò che è costante nelle due versioni è che Cassandra era dotata del dono della profezia, anche se - nonostante avesse predetto la caduta di Troia a causa di un cavallo di legno - non venne ascoltata. Venne oltraggiata da Aiace Oileo durante la caduta della città, nonostante avesse cercato protezione nel tempio di Atena, e diventò una delle schiave di Agamennone, con cui generò due gemelli, Teledao e Pelope. Tornati a Micene, Cassandra cercò di predire ad Agamennone il suo assassinio, ma lui non le credette, e la portò a casa con sè, dove trovò la morte durante la trappola di Clitemnestra. Per alcune versioni, Clitemnestra avrebbe ucciso Cassandra semplicemente perchè aveva seguito Agamennone; per altri, l'avrebbe fatto gelosa dell'amore che l'uomo nutriva per lei.

Cassiopea

Moglie di Cefalo, re di Etiopia, il suo mito è collegato a quello della figlia Andromeda: fierissima della sua bellezza, osò rivaleggiare con le immortali (le Nereidi o Era), che chiesero quindi a Poseidone di punirla. Il dio del mare, allora, mandò un mostro marino a devastare il paese di Cassiopea. La collera del mostro si sarebbe placata solo col sacrificio della figlia di quest'ultima, Andromeda. Ma l'arrivo di Perseo la salverà dalla morte.
Per intercessione dello stesso Perseo, Cassiopea fu trasformata in costellazione.
La tradizione varia riguardo alle sue origini: oltre che come moglie di Cefalo, Cassiopea è conosciuta come moglie di Fenice, madre di Fineo e figlia di Arabo (figlio di Hermes che diede il suo nome all'Arabia), ma anche come moglie di Epafo, con il quale avrebbe generato Libia, madre di Agenore. La cosa che lega tutte queste diverse origini è il legame con i paesi dell'estremo sud (Arabia, Etiopia o Egitto).

Castore

Nome di uno dei Dioscuri (vedi)

Cecrope

Nato dallo stesso suolo dell'Attica, Cecrope era una figura divina precedente alla religione olimpica. Era detto Bifronte per due motivi: il primo era perchè istituì il matrimonio, cioè l'unione di uomo e donna; il secondo era perchè il suo corpo era costituito da una metà umana e una metà serpentina (segno del suo legame con la terra).
Si racconta che, durante la contesa tra Atena e Poseidone per il nome da dare ad Atene, fu lui ad attribuire alla dea la vittoria.
Cecrope fu il primo re di Atene, e quindi fu colui che portò civiltà e cultura nella città. Si sposò con Agraulo, figlia di Atteone, ed ebbe tre figlie, Aglauro, Erse e Pandroso, e un maschio, Erisittone. Le tre figlie hanno una parte nel mito di Erittonio (vedi).
Si racconta che sulla sua tomba, sull'acropoli, fu poi eretto l'Eretteo.

Cefalo

Figlio di Hermes e Erse (per altri, di Deione e Diomeda, o di Pandione), Cefalo era un bellissimo cacciator. Eos, innamoratasi di lui, lo rapì e da lui concepì Fetonte. Ma Cefalo irritò la dea perchè continuava ad essere innamorata della moglie, Procri ("scelta fra tutte"), figlia di Eretteo. Eos, allora, cominciò a insinuargli il sospetto e la gelosia, e lo rimandò a casa per verificare la fedeltà della moglie. Cefalo, allora, si travestì e offrì alla moglie ignara molte ricchezze in cambio dei suoi favori. Procri tradì, e venne quindi cacciata dal marito. Raggiunse l'isole di Eubea, dove prese parte alla corte di Artemide.
La dea le donò un giavellotto magico e un cane velocissimo. Con questi doni divina e travestita da uomo, Procri sfidò Cefalo nella caccia. Ma questo, affascinato dal cane e dal giavellotto, promise al misterioso cacciatore qualunque cosa in cambio di questi. Procri, allora, rivelò all'altro la sua vera natura, chiedendogli come unica condizione il suo amore.
Cefalo e Procri, quindi, tornarono insieme, ma non erano destinati a vivere a lungo felici: spinta dalla gelosia per le ninfe delle montagne, che temeva tentassero di sedurre Cefalo durante le sue battute di caccia, Procri si nascose per spiare suo marito durante una battuta di caccia, e finì uccisa da lui per sbaglio. Cefalo, disperato, si uccise a sua volta gettandosi in mare. Per un'altra versione, Cefalo fu riconosciuto colpevole di omicidio dall'Areopago di Atene, e costretto all'esilio. Addolorato, si ritirò nell'isola che, da lui, prenderà il nome di Cefalonia.

Celto

Era l'eroe eponimo dei Celti, e si raccontava fosse figlio di Eracle e Celtine, figlia del re di Gran Bretagna. Eracle era di ritorno dalla spedizione contro Gerione, e si trovò a passare per i territori britannici. Celtina gli nascose le mandrie rubate, rifiutandosi di rendergliele se lui non si fosse unito a lei. Visto che la ragazza era molto bella, Eracle non fece molta resistenza, e dalla loro unione nacque, appunto, Celto (chiamato anche Galates).

Centauri

Si raccontava che l'origine di questi esseri risalga all'unione sacrilega tra Issione ed Efele, che aveva dato origine ad un mostro metà umano e metà equino. Il suo nome era, appunto, Centauro. Centauro visse sul Pelio, e si accoppiò con le cavalle dando origine alla bellicosa stirpe dei centauri.
La loro iconografia è varia: nella maggior parte dei casi sono rappresentati col busto umano e la parte posteriore del corpo da cavallo, ma a volte mostrano di possedere comunque le gambe umane, attaccate al resto del corpo equino.
Di norma, i centauri erano selvaggi e violenti, dediti al vino e ai piaceri, oltre che ai facili amori. Si racconta, ad esempio, che causarono una violenta lottadurante le nozze tra Piritoo e Laodamia, finendo comunque sconfitti dai Lapiti. Eracle dovette affrontarli più volte, e sarà proprio uno di loro, Nesso, ad essere la causa indiretta della sua morte.
Tuttavia si ha notizia di centauri di indole molto diversa, come Chirone e Folo: questi ultimi erano ospitali e benefici, amavano gli uomini e non ricorrevano mai alla violenza. Del resto, si tramandava per loro un'origine diversa: Chirone si diceva nato dagli amori di Filira e Crono, mentre Folo era considerato figlio di Sileno e di una Meliade (una ninfa dei frassini).
La leggenda conosce anche delle centauresse, che vivevano con loro nelle montagne.

Cerbero

Cerbero era figlio di Echidna e Tifone, fratello di Ortro (il cane di Gerione), dell'Idra di Lerna e del Leone di Nemea, ed era un cane mostruoso, con tre teste, la coda di serpent e cinquanta teste di serpi che gli spuntavano dal dorso. Altre iconografie meno diffuse lo immaginano come dotato di cinquanta teste, o addirittura di cento. Era il guardiano del mondo infernale, e doveva badare che nessuna ombra tentasse di uscire, così come che nessun vivente tentasse di entrare.
Ci sono stati casi in cui alcuni viventi sono riusciti ad aggirare la sua guardia serrata: Orfeo, ad esempio, lo riuscì ad ammansire con la sua musica, Enea ci riuscì lanciandogli una focaccia magica, Eracle - il più spiccio dei tre - si impose a lui con la forza, domandolo e trascinandolo a Trezene per compiere una delle sue fatiche.

Cerere

Divinità latina identificata con Demetra (vedi).

Chere

Questi geni erano figlie della Notte e sorelle di Hypnos ("sonno") e Thanatos ("morte"). Erano le divinità della morte violenta, e si diceva portassero via gli eroi quando morivano in battaglia. Questi geni hanno avuto grande parte nell'Iliade, e sono raffigurate come esseri alati, neri, con grandi denti bianchi, e lunghe unghie aguzze, orribili. Si diceva che straziassero i corpi dei caduti e che bevessero il sangue di questi e dei feriti, tanto che il loro mantello spesso finiva per esserne impregnato.
Per certi aspetto, quindi, le Chere sembrano associarsi alla figura del vampiro, per altri a quella di altri essere mitici come le Valchirie. Ma c'è di più, nella loro concezione: per come ne parla Omero, si capisce che erano concepite come "destini coesistenti" in ogni essere umano. Ossia, non personificavano solo il suo genere di morte, ma anche il genere di vita che gli sarebbe toccata in sorte. Famosissimo è l'episodio in cui Achille si trova a scegliere tra due Chere, quella di una vita lunga ma anonima e quella di una vita breve ma gloriosa. Ugualmente, per decidere chi tra Achille ed Ettore dovesse avere la meglio, Zeus pesò le loro Chere su una bilancia in presenza degli dei: il piatto della Chera di Ettore precipitò verso l'Ade, segnando così il destino dell'eroe.
In epoca classica, le Chere tesero ad essere confuse con altre divinità più o meno analoghe, come le Moire o le Erinni (alle quali erano accomunate dall'aspetto terribile e selvaggio). E' possibile, infine, che la tradizione popolare le abbia identificata con le anime malvagie dei morti che devono essere placate attraverso sacrifici.Per questo erano state organizzate determinate feste, come le Antesterie.

Chimera

Questo essere mostruoso, figlia di Tifone e di Echidna, era nata tra gli armenti del re di Licia, Iobate. Aveva un corpo composto: la testa era di leone, il corpo di capra e la coda di drago. Secondo altri avrebbe avuto più teste, una di capra e una di leone. Aveva il potere di sputare il fuoco.
Il suo mito si intreccia a quello di Bellerofonte: Iobate aveva infatti incaricato l'eroe (che doveva scontare una serie di prove simili a quelle di Eracle) di uccidere l'orrido mostro, perchè aveva cominciato a fare scorrerie nel suo territorio. Bellerofonte, allora, munì la sua lancia di una punta di piombo. Quando la Chimera soffiò fuoco dalla bocca, il piombo della lancia si sciolse e uccise la bestia.
Chimera, comunque, era anche il nome di una ninfa siciliana, che si innamorò del bel Dafni (vedi).

Chirone

Questo centauro "atipico" era nato dall'unione di Crono e della ninfa Filira ("tiglio"). Crono aveva assunto l'aspetto di un cavallo per l'occasione, e quindi il risultato dell'unione fu un centauro.
Come ho detto, Chirone era di indole molto diversa da quella degli altri centauri. Era saggio, mite, ed eccelleva nella medicina. Aveva anche aperto una scuola in Tessaglia, sul Pelio (dove viveva), che molti eroi come Peleo, Achille, Giasone, Asclepio, Eracle e Dioscuri frequentarono.
Fu grande amico e consigliere di Peleo, a cui suggerì - tra le altre cose - come fare per costringere Teti a sposarlo. Ma il legame tra Chirone ed Eracle, in particolare, fu forte e fatale: il centauro combattè a fianco dell'eroe contro gli altri centauri, ma venne ferito digraziatamente da una delle frecce avvelenate di Eracle. Questo veleno non aveva antidoto, e quindi non si poteva guarire dai terribili dolori che provocava. Ma, d'altro canto, Chirone era immortale (in quanto di stirpe divina), e non poteva aspettare che la morte arrivasse a porre fine alla sofferenza. Per questo ottenne da Zeus il permesso di scambiare la sua immortalità con Prometeo.
Dopo la sua morte, Zeus lo trasformò nella costellazione del Sagittario.

Cibele

Questa dea, di origine anatolica, si diceva figlia di Urano e Gea, ed era particolarmente adorata in Frigia. I Greci la identificarono con Rea, la Grande Madre. Era rappresentata su un trono o su un carro trainato da due leoni, e le erano sacri il leone, la quercia, il bosso e il pino.
Il suo potere comprendeva l'intera natura, in quanto impersonificava la potenza della vegetazione.
Il suo culto prevedeva la presenza di sacerdoti chiamati Coribanti o Cureti o Dattili Idei, e aveva sviluppato tratti orgiastici che sopravvissero fino ad un'epoca tardiva. Fu introdotta come divinità a Roma nel 204 a.C., con il nome di Magna Mater.
Non ci sono molti miti tramandati su di lei. L'unico che può essere considerato tale è quello relativo ad Attis (vedi), e, del resto, anche in questo la dea svolge una parte secondaria.

Ciclopi

Figli di Urano e Gea, si trattava di giganti dotati di un unico occhio che stava in mezzo alla fronte. Si chiamavano Sterope ("fulmine"), Bronte ("tuono") ed Arge ("splendore"). Come i loro fratelli Titani, anche i Ciclopi erano tenuti da Urano imprigionati nel Tartaro, ma vennero liberati da Zeus. Si misero quindi a lavorare nelle officine di Efesto, donando così a Zeus il fulmine e il tuono, armi molto utili al dio per la sua lotta contro i Titani. Inoltre, fornirono a Poseidone il suo tridente e ad Ade un elmo che rendeva invisibili.
Apollo li sterminò in seguito alla morte del figlio Asclepio, ucciso proprio da una folgore che loro avevano preparato per Zeus. Per punire questo suo colpo di testa, Zeus lo costrinse a servire come schiavo re Admeto.
I mitografi antichi, comunque, usavano distinguere i "Ciclopi urani", di cui si è parlato ora, dai "Ciclopi siciliani", cioè i compagni di Polifemo, e dai "Ciclopi costruttori".
Per la poesia alessandrina, i Ciclopi siciliani erano i responsabili delle eruzioni dell'Etna, che si trovava esattamente sopra alla loro fucina, ma per Omero l'isola era popolata da una razza di ciclopi selvaggi e antropofagi, dediti alla pastorizia. Abitavano nelle caverne, e presentavano dei tratti che li rendeva simili ai Satiri.
Per quanto riguarda l'ultima tipologia, quella dei Ciclopi costruttori, si attribuiva a questi la costruzione di monumenti preistorici presenti in Grecia, in Sicilia e altrove, costituiti da grossi blocchi troppo pesanti - si pensava - per l'uomo. Questi Ciclopi erano considerati una popolazione che si era messo a servizio degli eroi leggendari per fortificare le loro città. A loro si affibbia il curioso epiteto di Chirogasteri, cioè "coloro che hanno braccia al ventre". Questo li ricollega ai giganti Ecatonchiri, "dalle cento braccia", che del resto erano fratelli dei tre Ciclopi urani.

Cicno

Questo nome, che significa "cigno", è stato portato da più eroi.
Un Cicno era il figlio di Ares e Pelopia, una figlia di Pelia, ed era un famoso ladrone che batteva la zona di Tempe e che uccideva chiunque incontrasse, al fine di innalzare al padre un tempio fatto di ossa.
Eracle, spinto da Apollo (che era infuriato con Cicno perchè colpiva perlopiù i pellegrini che si recavano al suo santuario di Delfi) combattè contro di lui, e riuscì non solo a ucciderlo, ma anche a ferire Ares, accorso in aiuto del figlio.
Un secondo Cicno era figlio di Apollo e Tiria, ed era un cacciatore capriccioso e irascibile. Siccome l'amico Fillio non aveva voluto regalargli un toro appena domato, si buttò nel lago di Canope. Tiria, disperata, si gettò a sua volta nelle acque. Apollo, mosso a pietà, trasformò entrambi in cigni. Un'altra versione racconta, invece, che all'origine del gesto di Cicno ci sarebbe stata un'altra motivazione: essendo molto bello, aveva costretto i suoi corteggiatori a superare una serie di prove. L'unico che ci era riuscito era stato Filio, aiutato da Eracle, ma alla fine Filio si era stancato di Cicno, e l'aveva abbandonato. Disperato, quindi, il ragazzo si era tolto la vita.
Un terzo Cicno era figlio di Stenelo e re dei Liguri. Dopo la morte dell'amico Fetonte pianse così tanto che gli dei lo mutarono in cigno, uccello che vive nell'acqua e odia il fuoco, elemento che aveva causato la morte di Fetonte.
Infine, Cicno era anche il figlio di Poseidone e di Calice. Questo era diventato re di Colono, nella Troade. Cercò di uccidere il figlio Tenete per via delle calunnie insinuategli dalla seconda moglie Filonome.
Si diceva fosse invulnerabile, e si oppose strenuamente allo sbarco dei Greci. Achille riuscì quasi ad ucciderlo, ma quando tentò di spogliarlo delle sue armi, il padre Poseidone lo trasformò in cigno, permettendogli di sfuggire.

Circe

Figlia del Sole e della ninfa Perseide (per altri autori, sarebbe figlia di Ecate), era sorella di Eeta, re della Colchide, e di Pasifae, moglie di Minosse. Circe era una grande maga, esiliata in seguito all'avvelenamento del marito, re dei Sarmati. Viveva nell'isola di Eea ed era famosa perchè trasformava tutti gli uomini che arrivavano nella sua isola in animali. Si racconta, però, che anche le donne corressero il rischio di incorrere nelle sue magie: quando si innamorò del pescatore Glauco, pensò bene di trasformare la sua promessa sposa Scilla nel mostro che Omero ha reso noto.
Omero racconta anche che solo Ulisse riuscì a sottrarsi alla sua magia, grazie all'aiuto di Hermes, ma dovette comunque rimanere da lei un intero anno per convincerla a liberare i suoi compagni dall'incantesimo che li aveva resi animali (si diceva che a ognuno fosse toccato l'aspetto dell'animale che più era vicino alla loro ultima natura). Dalla loro unione nacque un figlio, Telegono, e forse anche una figlia, Cassifone. Ci sono molte leggende sui presunti figli avuti da Circe e Ulisse: Latino, per esempio, eponimo dei Latini, e ancora Romo (eponimo di Roma), Anziate (eponimo di Anzio) e Ardeate (eponimo di Ardea).
Circe ebbe un ruolo importante anche nel mito degli Argonauti: infatti indicò loro la via per raggiungere la Colchide (così come a Ulisse aveva indicato il modo per scendere nell'Ade), e purificò Giasone e Medea dalla contaminazione che avevano per i loro delitti.

Cirene

Del mito di Cirene esistono diverse versioni, anche se le variazioni interessano spesso singoli aspetti dell'episodio, e la trama mantiene i suoi punti salienti. Il racconto tradizionale vede in Cirene una ninfa tessala, figlia del re dei Lapiti, Ipseo, figlio a sua volta della Naiade Creusa e di Peneo, un dio-fiume.
Cirene viveva una vita selvaggia nelle foreste di Pindo, e proteggeva gli animali del padre dalle bestie feroci. Un giorno si trovò ad affrontare, disarmata, un leone, e riuscì ugualmente a domarlo. Apollo, che stava passando di lì, la vide all'opera e se ne innamorò. Allora si recò subito da Chirone a chiedergli informazioni sulla ragazza, e poco dopo la rapì, portandola con il suo carro e portandola in Libia. Qui si unì a lei, e le donò una parte del territorio, il paese di Cirene. Da Apollo ebbe un figlio, Aristeo, che fu allevato dalle Ore e dalla Terra.
Altri miti modificano il modo in cui Cirene diventa regina del paese che porta il suo nome, dicendo che lo ricevette dal re libico Euripilo, come premio per aver abbattuto un leone che devastava il suo territorio. In questa versione, Cirene sarebbe stata madre di due figli, Aristeo e Antuco.
Altre varianti riguardano la provenienza di Cirene, che non è ricordata come tessala, ma come cretese, e l'aspetto con cui Apollo si unisce a lei (a Cirene, dove esisteva un culto di Apollo Licio, si raccontava che il dio avesse assunto l'aspetto di un lupo). Virgilio, nelle Georgiche, smorza il carattere selvaggio della ninfa, mostrandola come una creatura delle acque, senza fare alcuna allusione alla sua venuta in Libia.

Citerone

Due personaggi portano questo nome. Uno è un giovane pastore della Beozia che fece innamorare di sè Tisifone, una delle Erinni. Per non spaventarlo con il suo tremendo aspetto, Tisifone si presentò a lui con l'aspetto di una bella donna, ma ugualmente Citerone la rifiutò. Allora la dea si vendicò di lui, strangolandolo con una delle serpi che aveva in capo. Gli dei lo trasformarono nel monte che porta il suo nome.
Sempre legato all'origine del monte Citerone è il secondo mito, per cui Citerone sarebbe stato un re beota, noto per la sua saggezza ed astuzia, che consigliò Zeus di fingere un nuovo matrimonio per riconciliarsi con Era, stuzzicando la sua gelosia. La cosa funzionò, e per ricompensarlo Zeus lo tramutò nel monte Citerone, sacro a Dioniso e alle Muse.
Ancora, si raccontava che ci fossero due fratelli, Citerone ed Elicone. Elicone era tanto dolce e amabile quanto Citerone era violento e crudele. Era riuscito addirittura ad uccidere il padre e a far precipitare il fratello da una rupe, ma finì egli stesso per morire in una caduta. Per questo le due montagne vicine furono chiamate col nome dei due fratelli, Citerone ed Elicona. La prima, sito delle Erinni, era legata al ricordo del fratello crudele; la seconda, legata al nome del fratello buono, era il sito delle Muse.
Sul monte Citerone l'eroe Edipo venne esposto e poi salvato dalla regina Peribea, moglie di Polibo, che governava su Corinto.

Clio

Clio era la Musa che presiedeva alla storia, ed era rappresentata con una tromba nella mano destra e un rotolo di pergamena nella sinistra.
E' protagonista di alcune vicende mitiche. Secondo una di queste, Afrodite si sarebbe vendicata di un suo rimprovero per la sua passione per Adone facendola innamorare perdutamente di Pierio, re di Macedonia.
In un altro mito, dall'unione di Clio e Pierio sarebbe nato Giacinto, e forse anche Imene e Ialemo.

Clitemnestra

Figlia di Leda e Tindaro, era la sorella gemella mortale di Elena, oltre che di Timandra e Filonoe e dei Dioscuri. Sposò in prima nozze Tantalo, figlio di Tieste, ma Agamennone uccise suo marito e i suoi figli. I Dioscuri lo perseguitarono per questo, e così fu costretto a sposarla. Già nelle premesse questo matrimonio era nato male. Da lei Agamennone ebbe tre figlie, Crisotemi, Elettra (o Laodice) e Ifigenia, ed ebbe anche un figlio, Oreste.
La guerra di Troia rese ancora più tesi i rapporti tra i due coniugi: Agamennone le tenne nascosto il sacrificio di Ifigenia, cosa che non fece che aumentare l'odio della donna verso il marito. Durante il periodo in cui suo marito combatteva a Troia, quindi, Clitemnestra finì per diventare l'amante di Egisto, e così, quando ebbe notizia del ritorno del marito, escogitò con l'uomo un piano per eliminarlo. Ignaro di tutto, Agamennone finì nella trappola, in cui morì anche la sacerdotessa Cassandra.
Nelle versioni più antiche della leggenda, Clitemnestra è estranea al delitto, compiuto interamente da Egisto, ma nei cicli tragici la donna è addirittura l'esecutrice materiale, e inoltre non si risparmia di perseguitare i figli avuti da Agamennone, rinchiudendo Elettra in una prigione e cercando di uccidere Oreste. Ma proprio a Oreste toccherà il compito di vendicare la memoria del padre.

Cloto

Una delle tre Moire (vedi), aveva il compito di filare la vita degli uomini.

Cocito

Cocito significa "fium dei gemiti", ed era un affluente dell'Acheronte, quindi un fiume infernale. Si diceva fosse molto freddo, e che corresse parallelamente allo Stige e al Piriflegetonte, il "fiume di fuoco". Si diceva che questi fiumi formassero la distesa d'acqua che le anime dovevano attraversare prima di giungere nell'Ade.

Coronide

Ci sono più eroine con questo nome. La più famosa era la figlia di Flegias, re dei Lapiti. Si unì ad Apollo e concepì Asclepio. Ma mentre era in attesa del figlio del dio, si sposò con Ischi, figlio di Elato. Un corvo avvertì Apollo del tradimento, e per vendicarsi il dio uccise sia Coronide che Ischi. Solo in punto di morte la donna rivelò al dio di essere in attesa di un suo figlio, e così quello salvò almeno il bambino. Per punire il corvo, che aveva omesso di raccontargli del figlio, mutò le sue penne da bianche in nere.
Un'altra Coronide era la figlia Coroneo, re della Focide. Fu sorpresa da Atena con Poseidone, e per questo venne trasformata in cornacchia. Altri, invece, dicono che la trasformazione non fosse una punizione, ma che Atena la attuò per permetterle di fuggire alle insistenze di Poseidone, che ne era innamorato.
Altre Coronidi erano una delle Iadi, figlia di Atlante e Etra, e una baccante nutrice di Dioniso. Venne rapita da Bute, ma il dio si vendicò facendolo diventare pazzo. Bute, in preda alla follia, si gettò in un pozzo e si uccise.

Creonte

Anche di Creonti ve n'è più di uno della tradizione mitologica. Creonte era il nome del re di Corinto, figlio di Sisifo, che morì tentando di salvare la figlia Creusa dagli incantesimi di Medea.
Un altro Creonte fu re di Tebe, e diede la figlia Megara in sposa ad Eracle in cambio dell'aiuto dell'eroenella guerra contro Orcomeno. Creonte venne ugualmente ucciso dall'usurpatore Lico, ma vendicato da Eracle.
Ma sicuramente il Creonte più noto è il fratello di Giocasta e figlio di Meneceo, che divenne re di Tebe in seguito ad Edipo.
Si dimostrò crudele e tirannico nel vendicare il tentativo di usurpazione da parte di Polinice, vietando di seppellirne il corpo. Antigone, la sorella di Polinice, mossa dalla pietà contravvenne al suo divieto, e venne per questo condannata a morte.
Altre versioni sottolineano il carattere tirannico del personaggio: dopo aver cacciato Edipo da Tebe, in seguito alla scoperta di chi fosse stato in realtà. gli chiese di tornare per via di un oracolo che sosteneva che Tebe sarebbe prosperata solo con la presenza del vecchio sovrano. Ma essendosi Edipo rifiutato, Creonte cercò di portarlo indietro con la forza, tanto che solo l'intervento di Teseo riuscì a fermarlo.

Creso

Creso era l'eroe eponimo dei Cretesi, ed era figlio di Zeus e di una ninfa (se non dello stesso suolo cretese).
Fu lui a dare asilo a Zeus bambino, quando era minacciato dal padre Crono, nel massiccio dell'Ida. Si dice che avrebbe anche dato ai Cretesi le prime leggi.

Creusa

Creusa era il nome della figlia di Priamo e Ecuba, che era andata in sposa ad Enea. Durante l'incendio della città, sparì misteriosamente. La dea Cibele (per altri, Afrodite), che molto l'amava, la sottrasse in questo modo da un triste destino. Virgilio racconta che apparì un'ultima volta ad Enea come ombra, predicendogli il viaggio che avrebbe dovuto compiere in Lazio.
Un'altra Creusa era la figia di Creonte, re di Corinto,per la quale Giasone ripudiò Medea. La maga si vendicò regalandole una tunica avvelenata, che la fece morire assieme al padre, che aveva cercato di soccorrerla.
Sempre Creusa si chiamava la figlia di Eretteo, re di Atene, e Prassitea. Fu amata da Apollo, da cui ebbe un figlio, Ione. Creusa lo abbandonò appena nato, ed Hermes lo trovò e lo portò a Delfi, nel tempio del padre. Creusa, intanto, aveva sposato Xuto, e col marito si era recata proprio a Delfi per sapere se avrebbe avuto figli. L'oracolo rispose di adottare come figlio la prima persona che avessero trovato fuori dal tempio. I due uscirono e incontrarono proprio Ione. Ma Creusa sospettò che quello fosse in realtà il figlio che il marito aveva avuto da un'amante, e cercò di ucciderlo. Un intervento degli dei rivelò a Creusa la vera identità del piccolo, convincendola a prenderlo con sè.
Da Xuto Creusa ebbe anche altri figli, Acheo e Doro. I tre figli di Creusa, quindi, sarebbero stati i capostipiti del popolo greco (Acheo degli Achei, Doro dei Dori e Ione degli Ioni).

Criseide

Figlia di Crise, un sacerdote di Apollo, venne fatta prigioniera durante la guerra di Troia e divenne schiava di Agamennone. Il padre si recò all'accampamento greco per riavere indietro la figlia, ma Agamennone lo scacciò malamente. Allora Crise invocò il dio Apollo di maledire i Greci con una pestilenza, che non tardò ad arrivare. Solo la restituzione di Criseide avrebbe potuto far cessare la pestilenza. Davanti alla necessità, Agamennone dovette acconsentire, ma pretendette in cambio la schiava di Achille, Briseide, dando origine alla disputa che allontanerà il campione greco dal campo di battaglia fino alla morte di Patroclo.
Interessante è vedere come la coppia Briseide - Criseide rappresenti i due tipi di bellezza femminile: la prima era alta, bruna, bianca di carnagione ed elegante. La seconda, invece, era bionda, sottile e piccola.

Crono

Originariamente, la grafia del nome del dio era affine a quella della parola "cornacchia" (korone), considerato un uccello vaticinante. Solo in un secondo tempo fu identificato con il tempo.
Crono, dopo aver evirato il padre Urano, sposò la sorella Rea e divenne signore dell'universo, governando sulla cosiddetta "età dell'oro". Ma, per evitare che qualcuno dei suoi figli lo spodestasse, come gli era stato predetto, appena ne nasceva uno se lo mangiava. E così finirono Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone. Solo l'ultimo, Zeus, fu salvato da Rea. La dea, infatti, fece mangiare a Crono una pietra, e nascose Zeus fino a che non fu abbastanza cresciuto da affrontare il padre, aiutato da Meti . Costrinse Crono a restituire i figli ingoiati, e venne infine vinto e cacciato nel Tartaro, assieme ai fratelli Titani, rimasti a lui fedeli.
I Romani lo identificarono con Saturno.

Curzio

Marco Curzio è l'eroe protagonista di un mito topografico legato al Foro Romano. Sotto la Prima Repubblica, nel Foro si aprì una voragine enorme e profondissima. I Romani avevano cercato di riempirla con della terra, ma non serviva a niente. Si chiese, quindi, ad un'oracolo come fare per risolvere il problema, e questo rispose che, per chiuderla, sarebbe stato necessario gettarvi dentro la cosa più preziosa che Roma aveva.
Curzio, un giovane romano, capì allora che l'oracolo si riferiva alla gioventù romana e ai soldati della città. Per questo decise di sacrificarsi per il bene di tutti e, salito sul suo cavallo, si gettò con coraggio nella voragine, sacrificandosi agli dei infernali. Immediatamente la voragine si chiuse sopra di lui, lasciando il posto solo ad un piccolo lago (il Lacus Curtius), sulle rive del quali nacquero un fico, un ulivo e una vite.
Sotto l'Impero si usava gettare delle monete nel lago, come offerta a Curzio che era diventato "genio del luogo".




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Bibliografia

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K. KERÉNYI, Religione Antica, Milano 2001.
J. SCHEID, La religione a Roma, Roma-Bari 1983.
M. VEGETTI (a cura di), L'esperienza religiosa antica, in Introduzione alle culture antiche, III, Torino 1992.



Opere consigliate

Le edizioni di riferimento sono, ovviamente, puramente indicative.
(PS.) APOLLODORO, La biblioteca, Milano 1995.
APOLLONIO RODIO, Argonautiche, Milano 2007.
ARISTOFANE, Le Rane, Milano 1998.
ESCHILO, Tutte le tragedie, Roma 1991.
ESIODO, Le opere e i giorni, Milano 2006.
ESIODO, Teogonia, Milano 1984.
EURIPIDE, Tutte le tragedie, vol. I e II, Roma 1997, 1991.
NONNO DI PANOPOLI, Le Dionisiache, vol. 1-3, Milano 2003.
OMERO, Iliade, Torino 1950 e 1990.
(PS.) OMERO, Inni omerici, Milano 1996.
OMERO, Odissea, Milano 1991.
OVIDIO, Le Eroidi, Milano 2006.
OVIDIO, Le metamorfosi, Milano 2007.
SOFOCLE, Tutte le tragedie, Roma 1971, 1991.
VIRGILIO, Eneide, Milano 2007.




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