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L'occhio La storia sulla Torre di Vetro e la figura di Balor mi hanno dato l'idea di riaprire un discorso che avevo affrontato anni fa. L'elemento ricorrente di cui vorrei parlare è appunto l'occhio. Chiunque di voi abbia voglia di farlo e tempo libero da impiegare, provi a cercare su qualche motore di ricerca parole chiave come "occhio, simbolo, significato", e troverà con facilità altrettante parole chiave: potere,conoscenza, coscienza,veggenza, malia . Ora, queste parole sembrerebbero non avere grossa attinenza l'una con l'altra. Ma analizzando alcuni miti e leggende, si vede come - forse - in realtà un'attinenza di sia. La vista è senz'altro il senso che, normalmente, in un essere umano è più sviluppato. Noi conosciamo le cose sì col tatto, sì con il gusto e l'olfatto, sì con l'udito, ma il primo approccio in genere è quello visivo. Per esempio, diciamo di conoscere una persona solo dopo che l'abbiamo vista. Anche se al giorno d'oggi è possibile conoscere gente anche senza incontrarla materialmente, ci viene quasi d'istinto il desiderio, dopo un po', di vederla in carne ed ossa. Come se, usando gli occhi, riuscissimo ad andare più in profondità che non con gli altri sensi. E poi, guardiamo altri esempi: con gli occhi leggiamo, studiamo, osserviamo il mondo. Con gli occhi riconosciamo e conosciamo. Questo stretto legame tra "vista" e "conoscenza" dev'essere stato presente anche nelle coscienze degli antichi popoli, che infatti hanno spesso usato l'occhio come simbolo di sapere. La stessa identificazione tra occhio e sole (pensiamo ad esempio agli dei egizi Ra e Horus, ma anche ai celti che - metaforicamente - definivano il sole "Llygad y dydd", "occhio del giorno") è legata a questo: il sole è luce e illumina e permette di distinguere ciò che la tenebra nasconde. La metafora con la conoscenza è palese. Si è parlato di Ra e di Horus: quest'ultimo, in particolare, era un dio falco (che fra l'altro è famoso per la vista acutissima), e come un falco anche lui era in grado di spingere il suo sguardo in profondità, nelle coscienze degli uomini. A Horus non sfuggiva nulla di ciò che succedeva. Così come alle Moire (o Parche) della mitologia greca, le tre venerande e terribili sorelle che tessevano i fili del destino umano e divino, e che - pur avendo solo un occhio in totale - sapevano ogni cosa, vedevano ogni cosa. E se facciamo un salto dal Mediterraneo alle terre del Nord, vedremmo che anche il dio Odino era un monocolo, o perlomeno guercio, perchè aveva barattato un suo occhio per ottenere la conoscienza, gettandolo nel pozzo di Mimir. Conoscenza e sapere completo, manifesto. Da qui, il passo verso la veggenza è minimo: è chiaro che chi sa tutto, riesce anche a vedere e a sapere che cosa succederà. Ma a questo punto, perlomeno in ambito greco, scatta uno strano topos: spesso il veggente è cieco. Sicuramente il caso più famoso è quello di Tiresia. Tiresia che lega le sue vicende ad un altro cieco famoso, Edipo. Ci sono due versioni sul mito della cecità di Tiresia, ma quella più comune narra che l'uomo venne accecato per aver visto la nudità della dea Artemide, anche se per sbaglio. A questo punto, peccando di hybris per aver "...le cose non concesse..." (Callimaco), Tiresia viene punito con la cecità fisica. Ma in cambio ottiene la visione profetica. Parimenti, Edipo - messo davanti alla sua colpa manifesta - si acceca. Anche lui ha visto cose che non avrebbe dovuto vedere, e immediatamente smette di vedere. E anche lui - perlomeno così raccontano le tragedie - riesce a profetizzare ai suoi figli il loro destino maledetto, preannunciando la lotta fratricida tra Eteocle e Polinice. Del resto, tornando ad Odino, anche lui usava l'occhio chiuso, quello cieco, per scrutare il mondo occulto, lasciando a quello aperto il compito di osservare la realtà. Conoscenza della realtà e veggenza danno la più alta forma di sapere. E, se come si dice sapere è potere, non è difficile capire come mai all'occhio sia associato anche questo significato. Significato che si sente più fortemente in ambito celtico: l'occhio, per i celti, rappresentava la coscienza sovrana, tanto che l'accecamento impediva di regnare. E qui arriviamo a Balor: un gigante terribile che utilizza proprio il suo occhio come fonte di potere, di cui si serve per regnare. E quando Lugh lo acceca con la pietra, Balor viene sconfitto, e - come si era detto poco fa - non può più regnare. Il monocolo di Balor, dotato di un potere oscuro, ci ricollega infine all'ultimo anello, con il quale possiamo chiudere il cerchio: la malia. L'occhio di Balor è malefico: è un mal occhio . Che poi la parola "malocchio" abbia sviluppato un significato tutto particolare è un dato di fatto, ma originariamente esso era un maleficio che veniva applicato con lo sguardo. L'occhio potente riusciva ad incantare l'avversario (e "incantare" va inteso nel senso peggiore del termine). Questo è il fascinum dei latini, forza che non aveva certo l'aura positiva di cui noi moderni l'abbiamo caricata. Il fascino era una magia, un sortilegio, e fare il malocchio era "fascinare" qualcuno. In un certo senso, il potere di cui Balor disponeva può essere considerato una sorta di malocchio. Così come, in ambito latino, malocchio è quello di un altro monocolo, Orazio Coclite. Si racconta che questo eroe romano abbia tenuto da solo gli Etruschi oltre il ponte Sublicio , mentre gli altri soldati romani lo distruggevano per impedire ai nemici di oltrepassarlo e assediare la città. E come poteva un uomo, da solo, tenere a bada un esercito? Pare che Orazio si sia messo sul ponte in modo da essere ben visto dai nemici, e da quella posizione abbia intimidito gli Etruschi con parole impavide, gesti e sguardi terribili. Tanto terribili da spingere un esercito intero ad esitare. |
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