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Il potere del nome La fiaba di Tremotino ha come punto focale un topos che si ritrova molto spesso in altri racconti, più o meno antichi, e in altre credenze appartenenti - e questo è molto interessante - non solo alla sfera d'influenza indoeuropea. Molti fili rossi, infatti, si possono tirare tra culture oggi diverse, ma derivate dalla stessa matrice comune. Non è poi così strano, come si può capire. Ma quando si trovano fili che collegano culture non scaturite dalla medesima fonte, si ha quel piacevole sospetto di essere davanti ad un materiale ancestrale, qualcosa sorto prima che le culture si differenziassero. Un pezzo che appartiene indifferentemente a tutta l'umanità, di ogni luogo e tempo. L'argomento in questione è il potere del nome. Tremotino tiene volontariamente nascosto il suo nome alla principessa, che solo nel momento in cui lo scopre può "domarlo". E' come se, chiamandolo per nome, la principessa gli abbia messo addosso un guinzaglio, una catena, e sia passata da una posizione di inferiorità ad una di controllo. A un bambino (come ad un adulto, del resto), questo strano motivo fa sorridere per la sua illogicità. Viene da chiedersi: "Anche se la principessa sa il suo nome, cosa cambia? Perchè Tremotino si arrabbia così tanto da squartarsi da solo? Come mai non ha usato qualche trucco per prendersi comunque il bambino?" Probabilmente a questo è servita l'introduzione della scommessa: il lettore può pensare che, visto che Tremotino ha dato la sua parola, non reagisca in quanto vincolato da essa. Questo soddisfa la logica dell'ascoltatore moderno, ma quello antico - probabilmente - aveva anche un altro motivo che lo aiutava a comprendere il comportamento di Tremotino. Riporto un estratto dal libro "Il mondo magico dell'antico Egitto" di Christian Jacq: La conoscenza del nome è la conoscenza autentica; pronunciare il nome equivale a plasmare un'immagine spirituale, rivelare l'essenza di un essere. Nominando si crea. Chi conosce i veri nomi, nascosti al profano, vive un possesso. Il nome, dunque, p un vero e proprio bene, che va difeso e tutelato, pena la perdita dell'identità, e del potere di conseguenza. Il mago egizio controlla cose e persone grazie al loro nome, grazie ai suoi elementi che sono suoni portatori di energia. Quando pronuncia le parole rituali, usa i suoni come materia animata, agisce sul mondo esterno e può eventualmente anche modificarlo. Nominare è evocare: questo non è un concetto che è andato completamente perduto, nemmeno nel nostro presente. Si tratta di un'eredità tanto indebolita che si è resa mera scaramanzia, ma ancora oggi alcune persone evitano di pronunciare certe parole, ripiegando su parafrasi, come se - a dirle - si potesse in qualche modo spingerle a manifestarsi. Non si dice che una persona è morta, ma che è "passata a miglior vita". Non si dice che una persona ha un cancro, ma che ha "un brutto male". E ancora, se dobbiamo riferirci a persone o eventi sgraditi, non li nominiamo apertamente, ma diciamo "Quello lì, quello là...". Un mito molto, molto simile alla fiaba di Tremotino è quello di Iside e Ra. La dea Iside voleva conoscere il nome segreto di Ra, quello che le avrebbe permesso di avere potere su di lui. Per cui impastò della terra con la saliva del dio, e creò così un serpente, che riuscì a morderlo. Immediatamente il veleno cominciò a fare effetto, e il dio venne colto da dolori tanto tremendi che invocò l'aiuto degli altri dei. Iside era la dea più indicata, nota com'era per le sue cirtù magiche, e si recò quindi al capezzale di Ra. A lui chiese di rivelarle il suo vero nome, giacchè senza non avrebbe potuto pronunciare le formule magiche necessarie per salvarlo. Spinto dalla necessità, il dio dovette cedere, ma glielo sussurrò all'orecchio, cosicchè gli umani non riuscissero a sentirlo a loro volta, e quindi a controllarlo. Nel racconto, Ra è reticente all'inizio davanti alla richiesta di Iside, e cerca di rifilarle alcuni nomi fasulli. Dice: "Io sono colui che ha fatto il cielo e la terra, che ha legato le montagne e ha creato ciò che vi sta sopra. Io sono colui che ha messo al mondo gli elementi, gli orizzonti, e posto in cielo le divinità. Io sono colui che genera il fuoco, i giorni, gli anni, i fiori.". Ra, del resto, ha anche una serie di "soprannomi": è chiamato Khepri al mattino, Ra a mezzogiorno e Atum a sera. Tutta questa ampia varietà nominale ricorda molto da vicino un altro dio di cui abbiamo maggiore esperienza, il dio degli Ebrei e dei Cristiani. Nella Bibbia si sprecano le risposte tautologiche o elusive come quelle date da Ra. Per esempio, quando Mosè chiede a Dio di identificarsi, in modo da annunciare la sua volontà agli Israeliti, lui risponde: "Io sono colui che sono. [...] Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi. Dirai agli Israeliti: il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione." In effetti, noi non nominiamo mai Dio. Lo identifichiamo come "Dio" (sostantivo che più neutro non si può), come "Signore", come "Padre"... ma non conosciamo il suo nome. Geova o Jahvé (l'appellativo più vicino ad un nome che possediamo di lui) è un nome che deriva da un'arcaica forma del verbo essere, e quindi significa qualcosa come "Egli è". Non è che la ripetizione del medesimo concetto. Dio, quindi, non ha mai svelato il suo nome vero, e nessuno lo può controllare. Ma tale è il rispetto perfino verso i suoi nomi fittizi che c'è perfino un comandamento che vieta di "pronunciare il nome di Dio invano". Sotto questa luce, è molto chiaro come mai, nell'elenco, Dio si sia premurato di inserirlo all'inizio. Questa credenza, anche se se ne è persa la consapevolezza, è rimasta ancorata nell'immaginario collettivo, giustificando così la sua presenza in molti racconti e miti, anche di epoca recente. Elenco ora di getto alcuni tra gli esempi più lampanti che mi sono venuti in mente. Sicuramente il più famoso obliatore del nome è Ulisse, che a Polifemo racconta di chiamarsi Outis, "Nessuno". Il giochetto, in realtà, è concepito per uno scopo leggermente diverso: Ulisse non mira a mantenere il controllo di sè nella pratica, ma vuole ingannare il Ciclope e farlo cadere nella sua rete. Tuttavia, a livello metaforico, possiamo ben dire che Ulisse riesce a fuggire a Polifemo proprio nascondendogli il suo nome, visto che - all'accorrere degli altri Ciclopi - Polifemo non accusa "Ulisse re di Itaca", ma "Nessuno". Oltre all'episodio dell'Odissea, dobbiamo inoltre considerare tutta la miriade di racconti, miti e leggende simili a questo che sono presenti in tutte le varie culture mondiali. Spostandoci sul campo dell'Opera lirica, nella Turandot di Puccini assistiamo ad una sfida simile in tutto e per tutto a quella di Tremotino. Il principe Calaf, dopo aver risolto i tre enigmi a cui la principessa sottoponeva tutti i suoi pretendenti, la sfida a scoprire il suo nome entro l'alba successiva. Se ci fosse riuscita, lui avrebbe rinunciato a sposarla e si sarebbe consegnato al boia. Infine, per arrivare ai giorni nostri, chi ha visto La città incantata di Miyazaki si ricorda bene il trucchetto con il quale la strega Yubaba costringeva i lavoratori delle sue terme a sgobbare per lei: dopo aver fatto firmare loro il contratto di lavoro, si impossessava del loro nome. Quelli finivano per dimenticarselo entro breve, e in quelle condizioni non potevano nè ribellarsi nè andarsene. Solo Chihiro riesce a mantenere il ricordo del suo nome, grazie ad un bigliettino augurale che conserva gelosamente, e perfino un mago potente come Aku non se ne può andare fino a che la bambina non gli ricorda il suo vero nome. |
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