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Più saggia dello Zar La strada che portava dal palazzo dello Zar alla cattedrale non era lunga: a farla a cavallo o in carrozza non portava via più di qualche decina di minuti, ed era piacevole da fare perché era costeggiata da ampi campi coltivati e da betulle cariche di foglie d'estate e di neve d'inverno. A metà del percorso c'era una piccola fattoria: niente di lussuoso, davvero, non si poteva dire che chi la abitasse fosse granché ricco. Tuttavia un allegro fumo usciva sempre dal camino, e nell'aia razzolava sempre qualche gallina alla ricerca di chicchi di grano. A volte, passando con la sua carrozza, lo Zar sbirciava dal finestrino e vedeva qualche bambina intenta a intrecciare canestri cantando; altre volte spiava il lavoro dei garzoni che sistemavano diligentemente la legnaia per l'inverno. Abituato allo sfarzo quasi esagerato (e alla noia) della sua corte, il giovane Zar era incuriosito da quel modo di vivere così parco e bucolico, dove c'era sempre qualcosa da fare e dove nessuno sembrava mai triste o scontento, né con il sole né con la neve, né con la pioggia né con il vento. Così una mattina, quando di ritorno dalla cattedrale vide che il vecchio contadino che possedeva la fattoria se ne stava tranquillo a fumarsi la pipa appoggiato pigramente allo steccato, decise di fermare la carrozza per parlargli. Alla vista del suo giovane sovrano, il contadino quasi ingoiò la pipa dallo stupore. Tremolando sulle sue ginocchia malandate, si affrettò a chinarsi e - levatosi il cappello in fretta e furia - balbettò: «Oh, Sire, per il semplice fatto di esservi fermato qui voi rendete a me, alla mia fattoria e alla più piccola zolla della mia terra il più grande degli onori!» Lo Zar rimase colpito da quella risposta: aveva altre volte assistito al maldestro fare cerimonioso dei semplici del suo vasto regno e mai le sue orecchie avevano udito discorsi tanto ben fatti. «Parli davvero bene, vecchio...» si complimentò. Poi, socchiudendo appena gli occhi con fare indagatore, proseguì: «È stata la luna ad insegnarti così bene le buone maniere?» «Ah, la luna insegna molte cose ai contadini, maestà...» rispose l'uomo, «Ma se riesco a parlare al mio re lasciandolo tanto soddisfatto di questo suo umile suddito è senz'altro grazie alla mia figlia maggiore, signore... vedete, lei dice che l'unica cosa davvero preziosa che noi poveri diavoli possediamo solo le parole, e che dunque sarebbe da sciocchi non imparare ad usarle bene...» «Tua figlia è molto saggia...» osservò lo Zar pensoso. «Oh sì!» continuò il contadino, illuminandosi in volto, «Io e mia moglie continuiamo a chiederci da chi abbia preso, perché sapete, vostra altezza, nemmeno tutti noi messi insieme abbiamo tanto cervello quanto lei! È senz’altro la persona più saggia di tutta la città, di più, di tutta la Russia!» «Nientemeno...» commentò il re, accarezzandosi i baffi, «Addirittura dell’intera Russia?» «Certo, sire!» replicò prontamente l’uomo, «Ci scommetterei la mia fattoria, perfino la mia testa!» Lo Zar si voltò con un sorrisetto divertito sulle labbra e risalì sulla carrozza davanti all’attonito contadino. Poi, sporgendosi dal finestrino, gli domandò insinuante: «Più saggia anche di me?» Il vecchio sbatté gli occhi e si morse nervosamente le labbra avvizzite, non sapendo davvero cosa rispondere. Sua figlia gli aveva tante volte suggerito di pensare bene a cosa dire, e lui come un allocco s’era andato a cacciare proprio in un bel guaio: non poteva certo offendere lo Zar in persona sostenendo che una povera contadina ignorante fosse più intelligente di lui... Aprì un paio di volte la bocca per parlare, ma non riuscì a produrre nient’altro che patetici balbettii. Il sovrano lo guardò in silenzio per qualche istante, ancora divertito per la sua confusione e il suo imbarazzo; poi, con un ordine secco, comandò al cocchiere di ripartire e lasciò il vecchio contadino a fissare desolato la sua carrozza che si allontanava lungo la strada, verso la città. Quello stesso pomeriggio, a poche ore dal tramonto, uno dei figli minori dell’uomo vide sopraggiungere un cavallo al galoppo, riccamente bardato. Al richiamo del ragazzo, i due anziani coniugi si affrettarono ad uscire per vedere chi fosse e si ritrovarono davanti proprio lo Zar. Senza dar loro il tempo di spiccicare sillaba, egli porse alla moglie dell’uomo un cesto ricolmo, coperto da un telo leggero. Incuriosita, la donna ne sollevò un lembo e si trovò stupita a fissare delle uova di un rosso sgargiante. «Giusto oggi, contadino, mi hai detto che sei tanto sicuro della saggezza di tua figlia che saresti pronto a giocarti la fattoria e addirittura la testa, non è vero? Bene, accetto la tua scommessa. Dai queste uova a tua figlia e dille di farle schiudere tutte entro domattina. Sono sicura che, intelligente com’è, troverà un modo per soddisfarmi. Altrimenti mi accontenterò di vedere le tue terre sequestrate e la tua testa appesa a una delle porte della città.» E, concluso questo inquietante discorso, lo Zar spronò nuovamente il cavallo e si diresse al galoppo verso il suo palazzo. La povera famigliola rientrò in casa mesta e inquieta. Quando la figlia maggiore tornò dal bosco, dove era andata a raccogliere legna, il padre le raccontò subito tutto, asciugandosi continuamente la fronte sudata con una manica della camicia. La ragazza si avvicinò al cesto, prese in mano un uovo e lo soppesò. «Ma che uova sono queste qui? Non ne ho mai viste di quel colore!» le domandò una delle sorelline minori, strattonandole appena la gonna. Lei ripose quello che aveva preso e ricoprì il cestino con il telo: «Sono uova sode, dipinte di rosso». La vecchia madre aggrottò la fronte: «Sode? Ma che significa? Son buone solo da mangiare, le uova sode!» «Appunto.» continuò calmissima la ragazza, «Per questo lo Zar ce le ha portate. Io non posso farle schiudere.» A queste parole entrambi i genitori si coprirono il viso con le mani, disperati: «Ah figlia mia, come avevi ragione!» piagnucolò il padre, «Ecco cosa succede a parlare sconsideratamente! Per qualche parola di troppo, ecco, domani voi sarete senza tetto e io senza testa! Se solo fossi stato più attento a non offendere lo Zar...» Ai fratellini e alle sorelline più piccoli, a queste parole, sorse subito un groppo alla gola; ma la ragazza sorrise tranquilla. «Non preoccuparti, papà.» disse, riprendendo in mano il proprio lavoro di cucito, «Fammi solo pensare un po’. Vedrai che troveremo un modo per cavarcela.» L’indomani mattina di buon’ora lo Zar si avvolse nel suo prezioso mantello, salì sul suo potente cavallo e lo spronò al galoppo in direzione della povera fattoria del contadino. Lo accolsero le note di una canzone popolare cantate dalla graziosa voce di una giovane intenta a seminare qualcosa in un orticello accanto alla casetta. «Sei tu la figlia maggiore del contadino?» le chiese, senza neanche scendere dalla cavalcatura. La ragazza smise di seminare e si inchinò leggermente: «Sono io, maestà.» «Ah, molto bene» continuò lo Zar con un sorrisetto, «E dove sono le mie uova?» «Ve le porterò subito, vostra altezza» risposte lei, «Non appena avrò terminato di seminare questi fagioli bolliti.» All’udire quella risposta, il giovane re fece tanto d’occhi, per poi prorompere in una sonora risata. «Fagioli bolliti? Questa è bella!» esclamò, battendosi una mano sulla coscia, «Neanche a corte i miei buffoni si sono mai inventati un’uscita più idiota! Di grazia, mia bella fanciulla, fammi ridere ancora: si può sapere che cosa ti aspetteresti di trovare qui a primavera?» La figlia maggiore del contadino sorrise e, guardando il suo sovrano dritto negli occhi, disse: «Esattamente quello che si aspettava il mio buon Zar quando ieri mi ha chiesto di far schiudere delle uova sode...» La sfacciata risata del giovane gli si strozzò immediatamente in gola a questo parole, ed egli rimase sorpreso e ammirato a fissare la ragazza, arrossendo: imbarazzato per essersi praticamente dato dell’imbecille da solo, incitò il suo cavallo a riguadagnare la strada di casa senza dire una sola parola. Ma lo Zar non era il tipo da arrendersi così facilmente: era pur sempre il sovrano di tutte le Russie, ed era stato messo nel sacco da una contadinella... possibile che davvero quella ragazza fosse più intelligente di lui? Per tutta la giornata non fece altro che pensarci e ripensarci, e lo stesso fece per tutta la notte, finché, il giorno successivo, convocò uno dei suoi servitori e gli consegnò una busta e un rocchetto di filo, ordinandogli di portarli alla fattoria del vecchio contadino e di consegnarli alla figlia maggiore di quest’ultimo. Tutta la povera famigliola della ragazza si strinse attorno a lei mentre leggeva il messaggio che lo Zar le aveva mandato. «Che ti scrive, figlia mia, che ti scrive?» domandò il padre, ancora memore dello scampato pericolo e quindi piuttosto inquieto. Lei sorrise placida: «Il nostro re mi chiede di cucire per lui due nuove vele per la sua nave, usando solo questo rocchetto di filo.» Di nuovo i volti dei suoi famigliari si dipinsero di terrore. Non ci voleva certo tanto cervello per capire che sarebbe stato impossibile accontentare una simile richiesta... stavolta lo Zar avrebbe avuto sicuramente la loro fattoria e la testa del contadino! «Non crucciarti, papà.» lo tranquillizzò la ragazza. Uscì di casa e strappò un rametto secco da uno degli alberi del cortile. Dopodiché lo consegnò assieme alla busta al servitore e gli disse: «Per favore, riferite queste parole al re: sicuramente lui conosce la povertà della mia famiglia, e può immaginare che non abbiamo i soldi per comprarci un arcolaio e un telaio. Ma se il buon Zar vorrà costruircene con il legno di questo rametto, io sarò ben felice di cucire per lui le vele che mi richiede.» Messo al corrente della risposta della contadina, il sovrano sorrise divertito. Seduto sul suo trono, rimase per un po’ fermo a riflettere, accarezzandosi distrattamente il mento. Dopodiché si rizzò, prese il suo bicchiere da vino, lo porse al servitore e gli disse: «Torna a quella fattoria, dai alla ragazza questo bicchiere e dille così: lo Zar di tutte le Russie la sfida a vuotare il mare con questo calice prima di domattina. Se rinuncerà, le terre della sua famiglia saranno confiscate e suo padre ucciso. Ma se invece ce la farà, io la sposerò.» Nell’udire queste parole, i suoi genitori e i suoi fratelli fecero tanto d’occhi e cominciarono a torcersi nervosamente i grembiuli e le camicie; la giovane, invece, rise inaspettatamente, lasciando tutti di stucco. Con un sorriso allegro, prese un vecchio sgabello e chiese al messaggero di portarla a palazzo, al cospetto dello Zar. Giunta alla sala del trono, la figlia maggiore del contadino si inchinò davanti al suo sovrano, pose davanti a sé lo sgabello malridotto e poi, umilmente, disse al re: «Maestà, tutta la Russia vi ama e io vi amo anche più di tutta la Russia... tuttavia c’è un problema che mi impedisce di fare ciò che mi chiedete, di svuotare il mare in una notte...» Divertito per quella comparsata inaspettata, lo Zar accentuò il suo sorriso senza scomporsi: «Davvero? Cominciavo davvero a credere che tu fossi in grado di fare qualsiasi cosa, invece a quanto pare c’è qualcosa che nemmeno tu puoi fare, eh?...» «Oh, ma io posso svuotare il mare con questo calice...» si affrettò a precisare lei. Lo Zar aggrottò la fronte: «E allora fallo! Che impedimento c’è?» «C’è che» continuò lei garbatamente, «I fiumi che sfociano nel mare finirebbero per riempirlo immediatamente non appena io l’avrò svuotato, rovinando tutto il mio lavoro.» Il sorriso del re si allargò sulle sue labbra: «Giusto...» «Tuttavia, maestà» continuò lei, «Se voi, che siete così saggio e intelligente, poteste trovare il modo per arginare tutti fiumi del mondo con questo sgabello, io volentieri esaudirò il vostro desiderio e vuoterò l’intero mare in una notte con questo bicchiere per amor vostro.» Lo Zar scoppiò a ridere di cuore e si alzò in piedi, raggiante. Raggiunse la fanciulla e, presele le mani tra le sue, le disse: «Per il cielo, tuo padre aveva davvero ragione. Tu sei senz’altro più saggia di me. Ma dal canto mio, io sono abbastanza saggio per riconoscere una donna buona e intelligente, quando ne vedo una. E non sono certo così sciocco da lasciarmela scappare.» Così la povera figlia del contadino diventò la Zarina di tutte le Russie, e con suo marito regnò felicemente e saggiamente per molti e molti anni. Versione narrata da Lan Awn Shee |
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