
|
Robin Hood «Lythe and listin, gentilmen, Grazie all’interesse praticamente ininterrotto nei confronti di questa figura, le linee principali della sua storia sono risapute, quindi mi limiterò a ricordarle ai più smemorati: Robin Hood si oppone al governo di soprusi di Giovanni Senzaterra, del malvagio sceriffo di Nottingham e della Chiesa Cattolica, soprusi che costringono la povera gente a vivere nella miseria più nera. Sfruttando la propria abilità con l'arco e il carisma che era in grado di esercitare sulla sua banda di simpatici fuorilegge, egli metteva a segno dei colpi il cui ricavato finiva nelle tasche di chi, in precedenza, aveva dovuto sborsare. Non si può dire, insomma, che quello di Robin Hood fosse un comportamento da insegnare ai propri figli, ma non è strano che – all’interno di gruppi sociali costretti a vivere spesso in condizioni di ristrettezza e miseria per mantenere il lusso di pochi – l’operato del nostro Principe dei Fuorilegge fosse giudicato con molta indulgenza: rubare non è bello, ma chi ruba a chi ci ha rubato per ritornarci il maltolto non è forse uno strano tipo di benefattore? Quella di Robin Hood è una vera leggenda e, come ci è sempre stato insegnato, ogni leggenda si basa su un fondo di verità. Molti studiosi, quindi, hanno cercato di risalire ad un possible ‘antenato reale’ del famigerato Robin, e i risultati sono stati i più vari: l’idea più diffusa è che egli fosse un nobile (diffusa soprattutto grazie al cinema, basti pensare al successo avuto dal film interpretato da Kevin Costner Robin Hood: Prince of Thieves, nel quale il sangue del nostro amico era più blu che mai), ma in realtà queste identificazioni con nobiluomini quali l’Earl di Huntington, Robert di Loksley o ancora Robert Fitz Ooth sono cosa tarda. Nelle ballate medievali i natali di Robin sono quelli ben più umili di un mercante, di un contadino, o del figlio di un guadiaboschi. E dimentichiamoci anche la mira infallibile e la generosità verso la povera gente: in origine Robin Hood era davvero un ladruncolo piuttosto gretto, senza particolari abilità e senza quella sua strana morale alla Che Guevara. E – anche se so che questo sarà un colpo al cuore – questo antenato reale di Robin non andrebbe nemmeno cercato nel periodo del regno di Re Riccardo: solo nel tardo XVI secolo si retrodatarono le avventure del furfante al periodo in cui il Cuor di Leone aveva lasciato l’Inghilterra per partecipare alle crociate. Nelle ballate il periodo di riferimento è piuttosto quello tra il 1272 e il 1377, visti i riferimenti a re Edoardo (che sia I, II o III, questo non lo sappiamo). Beh, come spesso accade, cercando la storia nella leggenda si finisce per rovinarne un po’ la poesia. Ma stavolta posso – e voglio – rimediare. Perché, come dicevo, la leggenda si basa su un fondo di verità, ma la verità non è certamente solo quella della Storia comunemente intesa, fatta di personaggi, date e battaglie. È quasi pazzesco da credere, ma Robin Hood può essere considerato gemello eterozigote di un altro personaggio famosissimo e amatissimo della letteratura inglese. Vi dice niente il nome ‘Robin Goodfellow’? Questa specie di soprannome viene spesso riferito a Robin Hood: anche nella versione romantica di Walter Scott re Riccardo, a un certo punto, si rivolge a lui dicendogli: «King of Outlaws and Prince of Good Fellows!». E ora fate attenzione: «That shrewd and knavish sprite Call’d Robin Goodfellow: are not you he That frights the maidens of the villagery; Skim milk, and sometimes labour in the quern And bootless make the breathless housewife churn; And sometimes make the drink to bear no barm; Mislead night-wanderers, laughing at their arm? Those that Hobgoblin call you and sweet Puck, You do their work, and they shall have good luck; Are you not he?» Queste non sono parole dette da re Riccardo, o dallo sceriffo di Nottingham, né dalla bella Lady Marian. Questo discorso viene fatto dalla regina Titania nella commedia di Shakespeare Sogno di una notte di mezza estate. E il personaggio cui è rivolto è proprio Puck, quel trickster meraviglioso che, a servizio di Oberon, causerà vari guai e li risolverà. Al di là dell’ambito shakespeariano, Puck era uno spirito della natura legato ai boschi, di carattere piuttosto dispettoso (come il folletto Pooka, di cui è ovviamente un’elaborazione), a volte maligno, ma tutto sommato vivace e allegro. Ebbene, esattamente come Robin Hood, anche Puck a volte veniva chiamato eufemisticamente con il nomignolo di Robin Goodfellow. Goodfellow, ossia più o meno letteralmente «Buondiavolo»: in effetti si trattava di un soprannome con cui ci si poteva riferire anche al Demonio (secondo il solito adagio cristiano per cui tutte le varie forze pagane erano maligne e perverse per forza di cose). Robin non sarebbe, come si potrebbe pensare all’inizio, un diminutivo di Robert, bensì un adattamente di Rob, a sua volta storpiatura di Hob, da Hobgoblin, «goblin della terra». Sia Puck che Robin Hood, che condividono il medesimo soprannome ‘diabolico’, sono in effetti connessi all’elemento silvestre, nonché ad un vitalismo e alla vivacità tipica dei cicli di rinascita. Trovate che questa interpretazione sia un po’ stiracchiata? Forse lo è. Però trovo che sia interessante considerare, anche magari solo per scherzo, come la lettura della vicenda del nostro fuorilegge dal cuore d’oro sia perfettamente compatibile con lo schema delle rappresentazioni che nel Medioevo si era soliti fare in occasione di Candlemas. Questa festa, imperniata dello stesso spirito vitalistico e allegro della celtica Beltaine, serviva a celebrare il ritorno della vita, la rinascita della natura dopo il periodo invernale. Questo, allegoricamente, diventava la fine del regno del cosiddetto Re del Malgoverno, che copriva tutto il periodo invernale andando dal 31 ottobre al 2 febbraio. Durante questo periodo, l’unica cosa che ricordasse la gioia del ritorno della luce era il ceppo di Jól (o "ceppo di Natale"), un ciocco di legno che veniva acceso e che si considerava protettore contro le forze maligne nonché dispensatore di fertilità. Il ceppo di Jól aveva in sé il fuoco della primavera: rappresentava la vita durante la stagione di apparente morte della Terra. Ora, vi stupireste molto se vi dicessi che Hood (o Hud) significa proprio «ciocco di legno»? E vi pare tanto strano che Mad Marian («Marian la pazza»), la fanciulla che in queste feste impersonava la Dea Madre, la Terra appunto, grazie all’inserzione di una semplice “i” sia diventata Maid Marian, («Marian la vergine, la lady»)? Le pantomime delle feste di Candlemas seguivano questo schema: il dio dell’anno nuovo (Puck, o Robin, o qualsiasi dio vitalistico il popolino agricoltore conoscesse) inseguiva l’anno vecchio (il Re del Malgoverno, o il Principe Giovanni...) e alla fine lo uccideva per amore di Mad Marian, come gesto propiziatorio per il futuro. Non vi ricorda davvero tanto qualcosa? Beh, è appena iniziato novembre, il regno del Re del Malgoverno è appena iniziato. Accendete un ciocco di legno, dunque. Forse non ruberà ai ricchi per portarvi in casa qualcosa per comprare i regali di Natale, ma vi darà una buona occasione per raccontare a qualcuno un retroscena che difficilmente conoscerà già. La genesi delle storie è a sua volta una storia appassionante. |
Sezioni Fate e Folletti Il Filo Rosso Mitologia Celtica (in costruzione) Mitologia Classica Mitologia Orientale (attiva la sezione di Mitologia Giapponese) Vampiri Riferimenti Forum Per contattarci La Torre di Vetro - il blog Link Endicott Studio of Mythic Arts and Journal of Mythic Arts SurLaLune Fairy Tales Fiabe e favole dal mondo Child Ballads - online book Enzyklopädie des Märchens. Handwörterbuch zur historischen und vergleichenden Erzählforschung - limited preview (solo in tedesco) Neil Gaiman's Journal - versione italiana Bibliografia A. AFANAS'EV, Fiabe popolari russe, Roma 1994. B. BETTELHEIM, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, Milano 1977. J. CHEVALIER, A. GHEERBRANDT, Dizionario dei simboli, Milano 1997. T. DEKKER, J. VAN DER KOOI, T. MEDER, Dizionario delle fiabe e delle favole a cura di FERNANDO TEMPESTI, Milano 2001. C.P. ESTÉS, Donne che corrono coi lupi, Milano 1993. J. e W. GRIMM, Tutte le fiabe, Roma 1993. C.G. JUNG, La psicologia dell'inconscio, Roma 1989. T. OZAWA (a cura di), Storie e leggende del Giappone, Milano 1999. V.J. PROPP, Morfologia della fiaba e M. TATAR, The classical fairy tales, Norton 2002. W.B. YEATS, Fiabe irlandesi, Roma 1994. Altre letture consigliate H.C. ANDERSEN, Le fiabe, Torino 2005. A. CARTER, La camera di sangue, Milano 1995. N. GAIMAN, Smoke and Mirrors: short fictions and illusions, New York 1998. J. e W. GRIMM, Leggende tedesche (disponibile in ebook in tedesco qui: Deutsche Sagen) C. PERRAULT, I racconti di Mamma Oca, Milano 1993. M. TATAR, The hard facts of the Grimm's Fairy Tales, Princeton 1987. M. WARNER, From Beast to the Blonde: on Fairy Tales and their Tellers, London 1994. |
© La Torre di Vetro, 2005-2007.
I contenuti del sito, salvo dove diversamente specificato, appartengono a Cielo Amaranto e Lan Awn Shee.
I pennelli usati per i layout del sito sono stati presi da 77 Words.
L'immagine di questa pagina è © Arthur Rackham.