Il Pifferaio Magico

Rinfreschiamoci la memoria. C'era una volta - e c'è ancora, niente paura! - la cittadina tedesca di Hamelin. Al tempo i suoi abitanti non se la passavano affatto bene: erano infatti invasi da topi e ratti di tutte le specie e dimensioni. Si nascondevano ovunque, perfino nelle parrucche dei cittadini più danarosi, ed erano diventati così spudorati da trovare il coraggio di mangiare tutto, perfino dal tavolo della gente che era a pranzo. Esasperati da quel tormento continuo, i cittadini pretesero che il sindaco e la sua giunta risolvessero il problema, ma come fare? I gatti erano stati mandati via tempo prima, perché costava troppo mantenerli, e adesso i topi erano così tanti che, per quanto li si ammazzasse, continuavano a moltiplicarsi... Il sindaco non sapeva da che parte sbattere la testa quando, all'improvviso, una voce si levò dalla folla: "Io vi libererò dai topi!". A parlare era stato uno strano forestiero dal vestito multicolore, i baffi lunghi e un bizzarro cappello dalla piuma rossa in testa. 
Il Pifferaio - così disse di chiamarsi - però pretendeva un lauto compenso: nientemeno che uno scellino per topo. Davvero troppo per le tasche degli avari cittadini di Hamelin, tenendo conto che come minimo in città di topi dovevano essercene un milione! Che fare? Pensa che ti ripensa, il sindaco decise di gabbare lo straniero e così finse di accettare l'accordo. Immediatamente il Pifferaio prese a suonare un motivetto ossessivo con il suo piccolo flauto, un motivetto che incantò tutti i topi della città. Senza alcuna difficoltà riuscì a guidarli fuori dalle mura, fino al fiume Weser che scorreva vicino ad Hamelin, e a farceli finire dentro, dove annegarono tutti, nessuno escluso. Hamelin era libera finalmente e quindi lo straniero tornò indietro per ricevere il suo compenso. Ma il sindaco gli sbattè la porta in faccia: "Noi ci eravamo messi d'accordo di pagare uno scellino per topo..." gli disse. "Beh, dove sono i cadaveri dei topi? Come facciamo noi a sapere che se ne sono andati davvero se non ce ne hai portato nemmeno uno?". Il Pifferaio, rendendosi conto di essere stato preso in giro, non disse niente, ma promise al sindaco che se ne sarebbe pentito.
Qualche giorno dopo, per la precisione il 26 giugno, giorno di Giovanni e Paolo, lo straniero tornò, stavolta vestito da cacciatore. Portava in testa un berretto rosso e in tasca il suo fedele flauto. Si sedette vicino alla fontana del paese e iniziò a suonarlo, ma stavolta non si trattava del motivo ossessivo e lugubre che aveva stregato i topi, bensì di una musichetta allegra e coinvolgente che i bambini di Hamelin sentirono subito e, a loro volta incantanti, uscirono immediatamente dalle case danzando e facendo capriole. Con questo nuovo seguito, il Pifferaio uscì dalla città mentre i loro genitori, ignari, erano ancora chiusi in chiesa. Condusse i bambini danzanti su per i sentieri di una montagna, fino a una caverna dove sia lui sia i bambini entrarono. Quando tutti furono dentro, la caverna si richiuse magicamente alle loro spalle e nessuno li rivide mai più. 
Di ritorno dalla messa, gli adulti di Hamelin si stupirono nel non vedere più i loro bambini da nessuna parte; ma tutto divenne chiaro quando trovarono un foglietto appeso alla porta della casa del sindaco: "In cambio di un milione di topi" diceva la noticina "Centotrenta bambini di Hamelin. Firmato, il Pifferaio". E così nessuno dei bimbi della città dovette più tornare dai loro genitori taccagni e imbroglioni.

Questa è la versione della fiaba più diffusa (leggermente edulcorata sul finale), che si rifa soprattutto alla storia registrata dai Grimm. Ce ne sono altre in cui alcuni dettagli variano (ad esempio si parla di bambini "scampati", solitamente con qualche difetto fisico - cecità, mutismo o zoppia, o varia il motivo dell'assenza dei genitori durante il rapimento dei pargoli), ma i punti salienti rimangono i medesimi: presenza di topi, liberazione dai roditori, inganno da parte dei cittadini nei confronti di un forestiero sinistro, vendetta del forestiero che porta via per sempre i bambini della città. Si tratta di una storia con un insegnamento morale particolarmente chiaro: guai a fare i furbi e a ingannare il prossimo, questi potrebbe vendicarsi in maniera terribile e quindi, tutto sommato, c'è da chiedersi se ne valga la pena.
Ma al di là di questi moniti moraleggianti, i discorsi che si possono fare sul Pifferaio Magico sono ben più interessanti, soprattutto perché in questo caso - più che di fiaba - si dovrebbe parlare di leggenda. Alla base della storia, infatti, c'è un evento storico che è stato registrato dalle cronache e che riecheggia - oltre che nella favola - anche in alcuni documenti, sia scritti sia iconografici. La nostra fonte più antica a riguardo è una nota scritta in prosa latina attorno al 1430-1450 come aggiunta in un manoscritto del XIV secolo proveniente da Lüneburg, che si riferiva all'evento collocandolo circa 150 anni prima. Ma è soprattutto nella stessa Hamelin che si ritrovano tracce e indizi che rimandano al 1284: la chiesa della città possedeva (è stata distrutta nel 1600 e poi ricostruita fedelmente basandosi su un disegno fatto precedentemente alla distruzione) una vetrata risalente al '300 che raffigurava un uomo dall'abito multicolore circondato da bambini vestiti di bianco. E ancora il 1284 ritorna nuovamente nell'epigramma iscritto sul muro della cosiddetta Casa del Pifferaio, registrato a suo tempo dai fratelli Grimm e di cui ora fornirò una - seppur rozza - traduzione:

Nell'anno 1284, nel giorno di san Giovanni e Paolo
- era il 26 di giugno -
centotrenta bambini nati ad Hamelin furono ammaliati
da un pifferaio con un abito dai molti colori
e fatti sparire in un Calvario vicino al Koppen.

Il termine "Calvario", probabilmente, venne usato per associazione al famoso monte della Passione, per indicare quindi una montagna sciagurata. Ci sono invece dubbi su come tradurre "Koppen": forse si voleva indicare un pascolo, una collina, ma la zona dove sta Hamelin è piena di colline, quindi l'indicazione resta molto vaga.
Qualcosa ad Hamelin nel 1284, dunque, è successo. E, visti non solo i toni con cui se ne parlò, ma anche considerando alcune regole ancora vigenti nella città - come quella per cui è proibito tutt'oggi suonare o ballare lungo la via Senzatamburi, la strada per la quale i bambini seguirono il Pifferaio fuori dalle mura - sembrerebbe davvero che non sia stato niente di divertente. Questa ambiguità ha stimolato le menti di molti studiosi che, quindi, si sono sforzati di proporre qualche risposta. Ecco le ipotesi che sono state ideate.
La prima - e apparentemente più immediata - mira a creare una connessione tra la presenza dei topi e la peste: l'epidemia pestilenziale, in effetti, potrebbe aver causato tranquillamente la morte di molti bambini di Hamelin (ma più in generale bisogna ricordare che, in tedesco, Kinder der Stadt o Stadtkinder, ossia «Bambini della Città» è un sinonimo di "cittadini"). Nel momento in cui si trasformò il fatto di cronaca in narrazione fiabesca, quindi, la peste assunse le fattezze del sinistro Pifferaio, a metà tra la Morte incappucciata e uno Psicopompo del mito. Tuttavia ci sono dei problemi a riguardo: è ormai di dominio pubblico che nel Medioevo ci sono state terribili epidemie di peste, ma sappiamo tutti anche che la cosiddetta Morte Nera si scatenò nel 1348, e che comunque le prime tracce di peste non anticiparono il 1347. Come mai, allora, la nostra vicenda indica un altro anno? Gli studiosi che sostengono questa teoria parlano di scelta scaramantica: dal momento che si temeva che nominare o richiamare con precisione gli eventi sgradevoli potesse magicamente farli ritornare, gli abitanti di Hamelin avrebbero sballato di proposito la datazione, per poter ricordare l'avvenimento senza rischiare di "chiamare" la peste di nuovo. Non si spiega, invece, l'altro grosso problema, e cioè che le testimonianze più antiche parlano solo di bambini, non di topi. Solo a partire dal 1565 si cominciò a premettere al rapimento dei bambini anche la vicenda della disinfestazione (infatti nella famosa vetrata non ve n'è traccia).
Ben più condivisa dagli studiosi è invece la teoria della migrazione, anche perché sembra supportata da molte versioni della leggenda: gli stessi Grimm - cioè la fonte principale che abbiamo scelto - raccontano alla fine come alcuni sostengano che i bambini entrati nella caverna sbucarono poi fuori in Transilvania. E, come dicevo, non sono i soli a sostenere che la caverna fosse un passaggio che portò i bimbi e il Pifferaio da un'altra parte, generalmente l'Est Europa. E' vero, infatti, che attorno al 1284 la cittadina di Hamelin era sovrappopolata. Si pensa, quindi, che dietro alla figura del Pifferaio ci sia un qualche reclutatore assoldato dalle autorità locali (il vescovo Bruno von Schaumburg) per convincere parte della popolazione giovane a colonizzare altre parti dell'impero: la Transilvania, la Moravia, la Prussia dell'est, la Pomerania... e in effetti, anche studi linguistici confermerebbero una presenza proveniente dalla zona di Hamelin in quelle regioni: Jürgen Udolph, un docente di linguistica di Göttingen, ha provato che ci sono connessioni tra i toponimi delle due zone considerate (Hamelspringe, ad esempio), e che alcuni cognomi tipici dell'Est richiamano la città di Hamelin e dintorni (Querhammels). 
Ora, consideriamo questo disegno, che è il più antico che possediamo sulla fiaba:

Il Pifferaio

A sinistra (lato del male, ricordiamolo) svetta grandissimo il Pifferaio, con il suo vestito da Arlecchino (che in principio era collegato al diavolo, ricordiamo anche questo). Vicino ai suoi piedi c'è la rappresentazione della liberazione dai topi, con i sorci che escono dalla città cinta da mura e che si buttano nel Weser mentre il Pifferaio suona su una barca. Poco più in alto si vedono dei cervi pascolare vicino a degli alberi: essi rappresentano lo stemma dei baroni Spiegelbergs, nobili locali. In cima c'è la processione dei bambini che si inerpicano su per il sentiero, verso la caverna. A fianco dell'orrido buco, però, c'è un dettaglio strano: una croce infissa a terra (una tomba?) e una forca con due impiccati ancora appesi. Bizzarro modo di illustrare una semplice migrazione. Innanzitutto, perché - se a promuovere la colonizzazione a est fu il vescovo di Schaumburg - il disegnatore ha richiamato lo stemma degli Spiegelbergs? Inoltre dal disegno sembrerebbe piuttosto che questi poveri bambini siano andati a morire... e non si accorda male, questo, con il tono macabro dell'iscrizione nella Casa del Pifferaio, dove si parla di Calvario, nome che può ben essere sinonimo di "luogo di esecuzione". Proprio analizzando questa testimonianza iconografica, lo studioso Gernot Husam si è convinto che la verità possa essere un'altra, e ben più terribile. I baroni Spiegelbergs (presenti a loro modo anche nell'antica vetrata, dove - alle spalle del gruppo principale - ci sono dei cervi) erano cattolici molto rigorosi. Il Pifferaio, invece, viene rappresentato con i tipici tratti estetici riservati ai diavoli, ai folletti o comunque a quelle forze connesse al paganesimo e quindi condannate dalla Chiesa: il vestito multicolore, come già detto, richiama Arlecchino (la cui etimologia del nome viene proprio dal tedesco Hölle König, "re dell'Inferno"), il berretto rosso fa venire in mente i cattivissimi Redcaps, la sua musica in grado di incantare fa tornare alla memoria fiabe come La Danza nello Spineto («È stato poi istituito un legame tra lo strumento che costringe a ballare e il diabolico influsso esercitato, secondo la Chiesa, dalla musica profana» cfr. T. Dekker, J. van der Kooi, T. Meder, Dizionario delle fiabe e delle favole, Milano 2001, p. 121). Potrebbe dunque simboleggiare qualche resistenza pagana al cristianesimo imperante, resistenza che i baroni hanno voluto debellare, anche a costo di procedere con esecuzioni. Il fatto che i bambini (di nuovo, forse, semplicemente Stadtkinder) nella fiaba scompaiano sarebbe dunque un modo più "soft" per alludere alla loro reale esecuzione, che però riecheggerebbe nell'allusione al Calvario. E questo potrebbe spiegare, del resto, come mai l'episodio sia stato considerato degno di comparire tra le vetrate della chiesa locale (appare strano che, viceversa, la semplice migrazione potesse avere qualche motivo per diventare 'sacra', anche se è vero che è stata voluta da un vescovo, e questo potrebbe risolvere in qualche modo l'imbarazzo).
Il punto debole di questa soluzione è che si basa unicamente sull'interpretazione di un disegno: alla fine ognuno può vederci ciò che vuole, non ci sono prove inconfutabili e ineccepibili nell'immagine. Ad esempio, il riferimento agli Spiegelbergs potrebbe essere semplicemente locativo (un modo ulteriore per far capire a chi lo vedesse che si sta parlando proprio di Hamelin, insomma) e l'episodio illustrare una vicenda di isteria collettiva quali ce n'erano parecchi nel Medioevo, soprattutto in periodi di carestia e ristrettezze quali - appunto - quello che consideriamo: accadevano spesso fenomeni psicotici per i quali gruppi di persone si mettevano a ballare come impazzite, facendo anche notevoli percorsi: nel 1257 (non tanto lontano dal nostro 1284...), ad esempio - ed è un episodio registrato dalle cronache -, mille bambini di Erfurt di punto in bianco abbandonarono la città danzando e cantando, valicarono i monti e raggiunsero la città di Arnstadt, dove furono fermati e accolti. I cittadini di Arnstadt dovettero avvisare quelli di Erfurt dell'accaduto, in modo che venissero a riprenderli. Nessuno dei bambini seppe dare una spiegazione per il loro comportamento, ma oggi sappiamo che alla base c'erano disturbi psicologici dovuti all'oppressione di una vita difficile. La fiaba, insomma, potrebbe essere un tentativo di spiegare questa shockante fase di follia transitoria che può aver colpito anche i bambini di Hamelin, come quelli di Erfurt, con la differenza che forse quelli di Hamelin sono stati più sfortunati. Dal momento che quello che avevano fatto era misterioso e spaventoso, sicuramente dietro doveva esserci lo zampino del Diavolo. E visto che quelli se n'erano andati in giro ballando e cantando, evidentemente doveva essere un diavolo musicista: ecco qui il Pifferaio.
Al campo della psicanalisi appartiene anche l'ultima delle spiegazioni attualmente fornite dagli studiosi sulla vicenda: la psicologa Elke Liebs nota che, al di là degli eventuali dati reali che stanno alla sua base, la leggenda si diffuse solo dopo il 1500, cioè in un periodo in cui la Germania era nuovamente sovrappopolata e quindi povera. I bambini, in quelle condizioni, diventavano un problema: erano pur sempre bocche da sfamare, che non producevano grande ricchezza a causa della loro ancor tenera età. Un po' come i topi, esserini piccoli ma voraci, che consumano senza produrre. Secondo la Liebs, insomma, è in quel momento che i topi fecero il loro ingresso ufficiale nel racconto, come proiezioni dei bambini stessi: la favolistica riportava, del resto, un sacco di storielle di magici disinfestatori (vedi ad esempio l'aneddoto per cui il filosofo Avicenna avrebbe tentato di liberare la città di Aleppo, o quella del mago cinese Ma Hsieng che liberò dai topi Hangchow), non sarebbe stato difficile creare dei collegamenti. E il racconto, sostanzialmente, rappresentava un desiderio represso: inconsciamente gli abitanti di Hamelin avrebbero voluto sbarazzarsi dei loro figli, liberarsi dal peso che, in quelle circostanze critiche, essi rappresentavano. Così s'inventarono un eroe negativo che lo faceva per loro: il Pifferaio libera la città da tutte le bocche in più da sfamare, sia quelle dei topi sia quelle dei bimbi. Ma, siccome quello era un istinto inaccettabile, siccome comunque gli abitanti di Hamelin amavano i loro figli e non potevano ammettere a livello conscio di volersene disfare, avrebbero organizzato la narrazione in modo che la seconda liberazione fosse percepita come una punizione, come qualcosa di brutto e disgraziato. 
Come si dice, "prega che i tuoi desideri più nascosti non vengano mai appagati"...




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Bibliografia

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Altre letture consigliate

H.C. ANDERSEN, Le fiabe, Torino 2005.
A. CARTER, La camera di sangue, Milano 1995.
N. GAIMAN, Smoke and Mirrors: short fictions and illusions, New York 1998.
J. e W. GRIMM, Leggende tedesche (disponibile in ebook in tedesco qui: Deutsche Sagen)
C. PERRAULT, I racconti di Mamma Oca, Milano 1993.
M. TATAR, The hard facts of the Grimm's Fairy Tales, Princeton 1987.
M. WARNER, From Beast to the Blonde: on Fairy Tales and their Tellers, London 1994.



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